Vivere da italiani in Italia

di Marika Poletti

“Io non avrei mai ordinato alle campane di non suonare a raccolta dei fedeli.” Così si narra disse Federico II quando, in occasione di una sua visita a Gerusalemme, si stupì di non aver sentito di notte le preghiere del muezzin in quanto il Sultano aveva ordinato di sospenderle in segno di rispetto nei confronti dell’Imperatore.

Questo aneddoto rieccheggia nei secoli e giunge sino ad oggi schiudendo una semplice verità: annientare la propria identità diviene scelta criminale verso il nostro popolo ed il futuro.

Ciò che sfugge –forse- ai liberali ed alle forze di sinistra, ambedue fautori organici della globalizzazione, è che vi deve essere rispetto per gli usi e costumi altrui ma non si può derogare dal dovere di imporre legge a casa propria.

Il primato delle esigenze del cittadino propriamente italiano è la prima quando non l’unica bussola per orientare le priorità della classe dirigente, sia locale che nazionale. Di qui non solo la necessaria difesa dell’identità a tuttotondo, non trascurando nessuno dei piani significativi in cui la vita del singolo si dipana (per intendersi: dalla valorizzazione delle feste del Patrono alla sovranità alimentare, dalla riacquisizione di un uso corretto e totale della lingua italiana alle politiche occupazionali), ma anche cartina di tornasole nelle scelte strategiche della vita di tutti i giorni.

L’Italia deve essere terra che esprime rispetto per le diversità culturali locali, riuscendo a svilupparle come ricchezze inestimabili quanto inalienabili, ma contemporaneamente deve configurarsi mano a mano come territorio che repelle ogni forma di imposizione estranea. E per far questo, nel pieno rispetto del nostro diritto a considerare l’Italia e gli italiani il nostro esclusivo interesse, dovremmo gettare le basi di due linee di azione, la prima culturale e la seconda sociale.

Far rivivere l’orgoglio di quello che siamo, senza delegare ad altri il ruolo di definirci. Impegno di consapevolezza e di stimolo, partendo dalle identità locali che si esaltano in quella nazionale. Lo spirito europeo, per ora, non ha le sufficienti basi per maturare: come si può provare amore per un ente le cui istituzioni non ci rappresentano, il cui inno non ha parole e la cui bandiera non è stata bagnata nel sangue di chi per essa ha combattuto?

Sul piano sociale è giunta l’ora di imporre una linea guida per rendere la nostra terra pianamente vivibile dagli italiani –figli dello ius sanguinis- attraverso graduatorie nella gestione dei servizi al cittadino che indirizzino ai primi posti solamente nostri connazionali e politiche previdenziali ed occupazionali che prevedano forme di incentivazione per l’assunzione di italiani.

La prima forma di rispetto che dobbiamo avere è verso noi stessi e la nostra gente.

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