Approfondimento – Terrorismo di matrice islamica

di Luigi Tramonti

Kyrie EleisonParte Prima: Le basi dottrinali del terrorismo islamico

All’indomani degli attentati terroristici che hanno insanguinato Bruxelles, cuore e capitale dell’Unione Europea, è quantomai necessario procedere ad alcune riflessioni fondamentali riguardo all’identità degli assassini e alle motivazioni che li hanno mossi.

La causa prima di tutto ciò va ricercata nella stessa dottrina religiosa islamica, nel Corano; un testo che differisce dai vari Torah, Tanakh, Talmud, Midrash o ancora dal Nuovo Testamento cristiano per la propria essenza spirituale, il Corano si discosta dagli altri testi sacri sul piano prettamente ontologico: a differenza dei testi sopracitati il Testo per eccellenza (La parola “Corano” nelle intenzioni di Maometto sta infatti a significare “il Libro” per antonomasia) viene considerato non un testo scritto da uomini su ispirazione di Dio ma un libro increato e della sostanza di Allah, che viene posto sul suo stesso piano.

Il Corano quindi non si presta alle interpretazioni allegoriche a cui può essere soggetto un testo come la Bibbia ma, data la sua natura celeste ed eterea, deve essere letto così com’è scritto, senza travisarne il significato; questo, per uomini spregiudicati e con il solo scopo di asservire il mondo intero alle proprie idee utilizzando come Spada la religione, è non solo uno strumento per il reclutamento di nuovi aspiranti martiri ma anche e soprattutto un’arma contro i valori di un Occidente sempre più debole di fronte a tale determinazione.

Da questa base è partita l’intera riflessione di Magdi Cristiano Allam, relatore della conferenza tenuta il 24 Marzo scorso nella Sala Rosa del Palazzo della Regione a Trento, e su tutto il complesso discorso vertente sulla natura violenta intrinsecamente presente nell’Islam due punti, mi sono subito saltati all’occhio, per riportarli uso le parole dei testi sacri islamici:

– << Narrato da Abd Allah: l’Inviato di Dio disse:”Il sangue di un musulmano che confessa che nessuno ha il diritto di essere adorato se non Allah e che io sono il Suo Inviato, non puo’ essere sparso se non in tre casi: in caso di omicidio, nel caso in cui una persona sposata partecipi a un atto sessuale illegittimo e nel caso in cui una persona abbandoni l’Islam (apostasia) e lasci (la comunità dei) musulmani” >> (Sahih di Al Bukhari – 4:54:445)

In questo hadis (detti attribuiti al Profeta) Maometto dichiara obbligatoria l’uccisione in tre casi specifici: in caso di omicidio, di adulterio e di apostasia, e su quest’ultimo termine vorrei soffermarmi; chiunque abbandoni l’Islam dopo averlo conosciuto deve essere assassinato in quanto si è macchiato di una delle più gravi colpe previste dal codice sharaitico, l’apostasia.

– << Rivolgi il tuo volto alla religione come puro monoteista, natura originaria che Allah ha connaturato agli uomini; non c’è cambiamento nella creazione di Allah. Ecco la vera religione, ma la maggior parte degli uomini non sa. >> (Corano – 30, 30)

Come Magdi Allam fa notare nel suo ultimo libro “Islam. Siamo in guerra”, a corredo di questo versetto nella versione ufficiale del Corano dell’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) viene posta un’efficace spiegazione: << Il Corano afferma la naturalità (fitra) dell’Islam. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: “Ogni bambino nasce musulmano, sono i suoi genitori che ne fanno un israelita, un cristiano o uno zoroastriano (adoratori del fuoco)” >>.

Sulla scorta di questi dati è semplice fare il calcolo che da secoli fanno anche i terroristi islamici: l’omicidio è obbligatorio “nel caso in cui una persona abbandoni l’Islam” e nel Corano, secondo il principio della fitra, la naturalità dell’Islam, gli “infedeli”, coloro che professano una religione differente dall’Islam, vengono tacciati come apostati, in quanto hanno, convertendosi a una qualsivoglia religione, abbandonato l’Islam che era loro innato e connaturato.

L’odio dei tagliagole islasmici che colpiscono l’Europa quindi ha solide basi teologiche che affondano le loro radici nei testi che sono alla base dell’Islam e non sono passibili di interpretazioni di alcun tipo, perché significherebbe contraddire la natura stessa di Allah; secondo questa folle ideologia siamo dunque tutti apostati e tutti dobbiamo subire il verdetto del Profeta, la morte.

Un altro versetto viene spesso usato per edulcorare la gravità di ciò che viene affermato in quelli già citati in precedenza, il celebre “Chiunque uccida un uomo sarà come se avesse ucciso l’umanità intera.” ma lo stesso ci Allam ci invita a procedere ad una lettura ed analisi integrale del versetto in questione:

<< Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra. La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso. >> ( Corano – 5, 32-33)

Dove “coloro che abbiano sparso la corruzione sulla terra” sono da intendersi come i nemici dell’islam, gli apostati di cui si è già parlato.

L’Islam non è dunque nelle sue radici una “religione di pace”, come taluni personaggi pubblici, uno su tutti Barack Obama, vorrebbero farci credere, e sta al singolo musulmano anteporre il proprio personale senso della giustizia, il proprio buonsenso e la propria ragione alla devozione cieca alla propria Fede, che viene spesso strumentalizzata da uomini come il Califfo nero di Ar-Raqqa e i suoi seguaci, automi assassini che vivono per morire.

Parte Seconda: L’agonia del Califfato e la frammentazione del Medioriente

Ma le radici di quello che sta avvenendo ora in Europa vanno cercate non solo nella dottrina islamica ma anche nella Storia del Medio Oriente, a partire dall’inizio della frammentazione dei popoli dovuti all’agonia e alla morte del Califfato Ottomano, con l’ultimo Sultano Mehmet VI nel 1922.

Il Sultano dell’Impero Ottomano rappresentava infatti per l’Islam ciò che il Papa rappresentava e rappresenta tuttora per i cristiani: una Guida, in quanto Califfo, oltre che un Imperatore.

L’Impero Ottomano comprendeva alla vigilia della Prima Guerra Mondiale la penisola anatolica, parte della Grecia, il Medio Oriente e l’Egitto; la religione rappresentava in questo Stato di conformazione monarchica e teocratica il collante che manteneva unite tutte le classi e le genti dell’Impero.

Il Califfato scese in campo a fianco degli Imperi Centrali allo scoppiare della Grande Guerra con il Sultano Mehmet V, e la guerra fu un disastro. Il Califfato venne sconfitto e perse gran parte dei propri possedimenti, il Medioriente e l’Iraq, dove l’Occidente impose una serie di sovrani collaborazionisti, come gli Hashemiti in Giordania o i Saud in Arabia Saudita, di fatto fantocci nelle mani delle potenze coloniali, che avevano visto nel Medio Oriente post-ottomano una possibilità di guadagno e avevano fatto leva sul nazionalismo degli Arabi per liberarsi dall’ingombrante presenza dei Sultani Turchi.

Il 1918 vide l’agonia del Califfato nella perdita di tutti i suoi possedimenti arabi oltre che la morte del Sultano Mehmet V; gli successe il fratello minore Mehmet VI, ultimo Sultano dell’Impero Ottomano e Centesimo Califfo dell’Islam, che si fece incoronare nell’ultimo grande sfavillare dello sfarzo ottomano.

Incoronazione del Sultano Mehmet VI

Ma sotto la pressione dei nazionalisti turchi guidati da Mustafa Kemal Ataturk il Sultano dovette cedere e la monarchia venne abolita, venendo sostituita da uno Stato che per tutta la storia del Medioriente rappresenterà un esempio di laicità, dove le derive islamiste verranno sempre efficacemente contrastate dall’esercito, perlomeno fino all’avvento di Erdogan alla presidenza della Repubblica. Mehmet VI perse il titolo di Sultano ma conservò quello di Califfo che avrebbe perso il suo successore alla guida della Casa Imperiale Ottomana Abdülmecid II.

L’Islam Sunnita si trovava quindi senza una vera guida all’infuori del Grande Imam della moschea di Al Azhar, la più grande autoità giuridica del mondo islamico, o dei vari sovrani fantoccio che le potenze coloniali avevano insediato sui troni di nazioni create a tavolino con confini tracciati arbitrariamente con il righello secondo l’accordo Sykes-Picot e non tenendo conto delle differenze etnico-religiose che avrebbero in futuro portato a terribili tensioni all’intero dei vari Stati.

Il nazionalismo arabo, tranne in alcuni casi diventati simbolo e paradigma della sfarzosa monarchia araba del Golfo, si trovò quindi a riunirsi attorno a figure carismatiche appartenenti al popolo e spesso all’Esercito per contrastare l’influenza straniera su questi personaggi che portavano una corona senza avere una minima conoscenza amministrativa che trascendesse quella di una tribù del deserto o dell’acqua di un’oasi.

Chiaramente da questa valutazione sono esclusi i monarchi sopracitati, tra tutti si distingue il primo Saud dell’Arabia Saudita, un realpolitiker che tramite una saggia politica religiosa ma soprattutto matrimoniale riuscì a legarsi a tutte le tribù creando così un regno stabile che dura ancora oggi, venendo posto sul trono non dalla longa manus delle potenze europee ma sulla punta delle baionette degli Ikhwan, i Guerrieri Sacri. Il sovrano dell’Arabia Saudita rimane, sulla base del controllo delle due moschee della Mecca e di Medina, l’unico nel mondo arabo a poter avanzare pretese sul titolo di Califfo.

Dunque, con l’appoggio dell’Esercito e della gente comune, nonché grazie ad un’abile utilizzo della dottrina islamica per far presa sulle masse, questi uomini riuscirono a rovesciare i sovrani filo-colonialisti e stabilirono delle Repubbliche in tutto il Medioriente e in tutto il Nordafrica, ovviamente dirette da loro e loro soltanto, in qualità di romano Dictator che mantiene il potere assoluto in situazioni di emergenza; e di fatto il Mondo Arabo era ed è in una situazione d’emergenza.

Paradigmatica la parabola compiuta dalla Libia nel periodo post-fascista, quando gli Alleati imposero ai libici un re proveniente dalla confraternita dei Senussi, di cui era capo con il titolo di Emiro della Cirenaica, titolo riconosciutogli anche dagli italiani anni addietro e ampliato dagli alleati all’imperio sulla Tripolitania prima e sull’intera Libia poi. Idris I, questo il nome del sovrano, non ebbe il polso per gestire una situazione frammentata come quella libica e nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, permise alle frange più estremiste della popolazione di scatenare veri e propri pogrom contro la popolazione ebraica; ciò, sommato alla mancanza di un figlio maschio che potesse succedergli e ai suoi crescenti problemi di salute, portò al colpo di Stato del 1969 guidato dal Capitano Gheddafi.

Situazione similare visse l’Egitto, che vide l’abbattimento nel 1952 del re Faruq I d’Egitto, ultimo esponente della dinastia dei Mehmet Ali posta sul trono dai britannici nel 1914 nel contesto della guerra ai Sultani di Costantinopoli, da parte del movimento dei Liberi Ufficiali; il re fu obbligato ad abdicare in favore del figlioletto, che l’anno seguente venne fatto esautorare e sostituire da Naguib, fatto in seguito arrestare per permettere l’ascesa della vera Eminenza Grigia del Golpe, Gamal Abdel Nasser.

Proprio da Nasser e da Gheddafi partì il tentativo di formare tra il 1971 e il 1977 la Federazione delle Repubbliche Arabe con membri la Libia di Gheddafi, l’Egitto di Nasser e la Siria di Hafez Al-Assad, leader del locale partito Baath, principale partito socialista arabo.

Questo ideale panarabista tramontò nel 1977 con lo scioglimento della Federazione e suggellato dall’assassinio nel 1981 del presidente egiziano Anwar Al-Sadat, successore di Nasser, morto nel 1970; Sadat verrà sostituito da Hosni Mubarak, che resterà stabilmente al potere fino al 2011.

L’ideale panarabista verrà portato avanti dal leader del Baath iracheno Saddam Hussein, il cui obiettivo era la creazione del Grande Iraq, che comprendesse Kuwait, Siria, il Levante e parte dell’Iran, ma al contrario dei leader del Nord-Africa esportò le proprie idee con la guerra e con la guerra venne fermato, creando nel 2003, dopo la sua deposizione che porterà ad un’impiccagione nel 2006, il primo avamposto della democrazia di stampo americano in Medi Oriente, che porterà alla prima esplosione di violenza settaria su scala nazionale di una lunga serie che saremo destinati a vedere.

Ma non tutti i leader nazionalisti furono laici, se di laicità si può parlare per un uomo come Gheddafi o per altri leader successivi: spicca su tutte le personalità post-monarchiche Hajj Amin Al-Husseini, dove Hajj sta ad indicare lo stato di persona che ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, il grado più basso dell’onorificenza religiosa islamica; eppure, nonostante la sua statura spirituale quasi nulla venne eletto Gran Mufti di Gerusalemme e diede vita al primo movimento nazionalista palestinese negli anni ’30, prima della creazione di Israele, e si distinse per le velleità antisemite e filonaziste:

«Molti interessi comuni esistono tra il mondo islamico e la Grande Germania e questo rende la nostra collaborazione un fatto naturale. Il Corano dice:Voi vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani. Vi sono considerevoli punti in comune tra i principi islamici e quelli del nazionalsocialismo, vale a dire nei concetti di lotta, di cameratismo, nell’idea di comando e in quella di ordine. Tutto ciò porta le nostre ideologie a incontrarsi e facilita la cooperazione. Io sono lieto di vedere in questa Divisione una chiara e concreta espressione di entrambe le ideologie.»

 Avversò sempre gli ebrei e lo Stato di Israele, opponendovisi anche durante la Guerra arabo-israeliana del 1948, cercò di eleggere un suo uomo alla presidenza della Lega Araba ma venne ostacolato e fermato.

Importante ricordare una sua frase pronunciata durante la guerra contro Israele. “Io dichiaro il jihād, miei fratelli musulmani! Uccidete gli ebrei! Uccideteli tutti!

Parte Terza: Dalle Primavere Arabe al Califfo Nero

Ci ritroviamo quindi in un momento storico cruciale, la cosiddetta Primavera Araba, che al suo sbocciare vede l’intero Mondo Arabo, con le dovute eccezioni (Afghanistan dei Taliban, monarchie del Golfo già citate completamente emancipate dall’Occidente tramite i loro petrodollari, Palestina radicale che si oppone ad Israele e l’Iraq “democratico” teatro di una terribile serie di violenze settarie), quasi completamente laicizzato, pur con la crescente presenza dei Fratelli Musulami e altre organizzazioni religiose che con un tono fortemente critico magdi Allam definisce “terroristi taglialingue”, e stabilizzato.

Le rivoluzioni che caratterizzeranno il 2011 cominciarono il 17 Dicembre 2010 in Tunisia, dove il Presidente Zine el-Abidine Ben Ali veniva pesantemente contestato per le sue politiche sociali, economiche e per la corruzione dilagante nelle istituzioni; dopo un mese di violenti movimenti di piazza che verranno poi chiamati romanticamente “Rivoluzione dei Gelsomini” e causeranno un centinaio di morti il presidente cederà e se andrà in esilio volontario a Jedda in Arabia Saudita, protetto dal re Abd-Allah Al-Saud; questa rivoluzione fu forse l’unica a meritarsi l’appellativo di Primavera Araba, in quanto dopo l’allontanamento di Ben Ali si riuscì ad instaurare una vera democrazia turbata solo dalle infiltrazioni terroristiche dalla Libia.

Il vento del cambiamento raggiunse velocemente l’Egitto, dove il leader Hosni Mubarak, successore di Sadat, ormai anziano, governava ormai da trent’anni; la rivolta si accese per gli stessi motivi di quella tunisina: un forte malcontento nella popolazione giovanile sommato alla grande corruzione dell’amministrazione di Mubarak. Nel febbraio 2011 il regime venne abbattuto, dopo svariati spargimenti di sangue che causarono complessivamente 846 vittime, e si giunse a libere elezioni. Qui si differenzia la “rivoluzione” egiziana da quella tunisina e si assimila a tutte quelle che la seguiranno: dalle ceneri del regime di Mubarak, incarcerato, liberticida ma pur sempre laico, derivò l’ascesa della Fratellanza Musulmana trasposta in politica con il partito Libertà e Giustizia guidato da Mohamed Morsi che, ormai infiltrato a ogni livello del tessuto sociale e presente tra la gente con distribuzioni di cibo e medicine ai bisognosi, chiedendo in cambio solo l’iscrizione alla Fratellanza; per far capire al lettore la vera natura di questo movimento mi basta mostrarne il simbolo e spiegarne il motto: la Fratellanza è infatti rappresentata da un corano e due spade incrociate con in mezzo l’ordine “E preparate”, incipit del versetto “E preparate contro di loro forze e cavalli quanto potete, per terrorizzare il nemico di Allah e vostro, e altri ancora, che voi non conoscete ma Allah conosce, e qualsiasi cosa avrete speso sulla via di Allah vi sarà ripagata e non vi sarà fatto torto.” (Corano – 8, 60); dopo una lunga opposizione popolare a Morsi l’esercito nazionale impugnò la situazione e mise fuorilegge la Fratellanza Musulmana, sostituendo nel 2013 il Presidente con Abdel Fatah Al-Sisi, ma la Fratellanza aveva avuto modo di creare importanti metastasi in tutto il mondo arabo.

Sull’onda dell’entusiasmo per le rivoluzioni avvenute negli Stati vicini, in Libia cominciò una serie di manifestazioni contro Muammar Al-Gaddafi, leader del regime totalitario che da quarant’anni governava il Paese:

Il 17 Febbraio 2011 si inaugurarono le cosiddette “giornate della collera”, proteste anche violente contro la censura di Internet operata dal regime del Colonnello Gheddafi. Le forze di sicurezza libiche però, al contrario di quelle tunisine o egiziane, reagirono duramente lasciando diversi morti sul selciato. Contemporaneamente in tutto il Paese si svolgevano manifestazioni in favore del dittatore.

In poche settimane i moti di protesta raggiunsero le dimensioni di una vera e propria rivoluzione e gli insorti, appoggiati economicamente da un Occidente che riponeva grandi aspettative in una Primavera Araba generalizzata, cominciarono a prendere il controllo di diverse città; lo stesso Gheddafi denunciò la presenza di frage islamiche estremiste all’interno del composito fronte ribelle ed accusò Osama Bin-Laden e Al-Qaeda di foraggiare i terroristi islamici autoctoni e di inviarne in Libia di stranieri.

Il ricorso a mercenari subsahariani da parte del regime pose i ribelli in una posizione di inferiorità, e a quel punto l’Occidente decise di intervenire per abbatere il Colonnello.

Con l’appoggio degli europei (Tra cui figurava anche l’Italia) riuscirono facilmente a sopraffare il regime e ad assediarlo dentro le grandi città del Paese.

Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar, disse: “L’opzione A è vivere e morire in Libia, l’opzione B è vivere e morire in Libia, l’opzione C è vivere e morire in Libia.”

Ma, annientato il regime su tutti i fronti, Gheddafi fuggì verso il deserto per organizzare un efficace contrattacco ma venne catturato e giustiziato sommariamente assieme al figlio Mutassim.

Lanciò un ultimo avvertimento prima di capitolare: “Se Al-Qaeda dovesse conquistare la Libia il caos si allargherebbe anche al Medioriente, Israele compreso.” Parole quantomai profetiche.

Dopo la caduta e la morte di Gheddafi venne istituito in Libia un governo provvisorio che sostituisse lo Stato totalitario, e come presidente venne scelto un rappresentante delle forze islamiche che avevano provocato lo scoppio della guerra.

Nel 2014 il generale Khalifa Haftar si oppose alle bande terroristiche islamiche che monopolizzavano il paese e scatenò la seconda guerra civile libica, in cui il paese si trova coinvolto tuttora.

Il 15 Marzo scoppiò allo stesso modo la Guerra Civile che da cinque anni insaguina il medioriente ed ha dato origine alla più aberrante versione del terrorismo islamico dai questo secolo: Lo Stato Islamico.

A Daraa, nel sud della Siria, l’esercito sparò sulla gente che manifestava contro lo stato totalitario baathista del Presidente Bashar Al-Assad, erede e successore di Hafez Al-Assad, al potere dal 2000, dopo la morte del padre e del fratello inizialmente destinato a succedergli.

Rapidamente le proteste si trasformano in lotta armata con la comparsa sul campo di entità quali Jabhat Al-Nusra dell’Emiro Al-Julani, braccio armato locale della Fratellanza Musulmana che abbiamo già incontrato parlando dell’Egitto, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) del non ancora Califfo Al-Baghdadi e altri aspetti minori della stessa minaccia islamica.

Il Regime degli Assad, in quattro anni di guerra perde il controllo di metà del territorio nazionale e rimane trincerato nell’Ovest del paese mentre l’Est diviene preda della ferocia delle bande islamista.

Il vero evento spartiacque nella Storia del terrorismo islamico si verificò il 29 Giugno 2014: la proclamazione del Califfato in Iraq e Siria da parte del leader dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) Abu Bakr Al-Baghdadi, che assunse il nome di Califfo Ibrahim per l’occasione e avviò un’avanzata inarrestabile in Iraq e in Siria che destò subito la preoccupazione dell’Occidente e degli stessi Stati Arabi interessati dalla sua opera di conquista.

La volontà e l’obiettivo ultimo del Califfo Nero è quella di ricreare l’Impero Islamico, quello iniziato dal primo Mehmet (il Profeta Maometto), che conquistò il potere dall’Arabia fino a tutto il Medioriente, il Nordafrica, la penisola iberica fino a qualche cittadina francese, la Sicilia, la penisola anatolica, la Grecia e i Balcani fino a Vienna.

Con una conoscenza del Corano e dell’Islam immensa e una retorica che lo è altrettanto Al-Baghdadi ha conquistato le masse dei ribelli siriani sperdute nell’inferno anarchico della Siria della Guerra Civile e le masse sunnite irachene escluse dal potere dopo la caduta di Saddam e l’avvento del governo sciita.

Ha poi avviato una vera e propria guerra totale contro gli apostati combattuta su due piani: il primo sul terreno in Siria, Iraq, nella Seconda Guerra Civile Libica, in Yemen e con i propri affiliati in innumerevoli altri territori di Africa e Asia; il secondo in Europa, con un terrorismo autoctono ed endogeno che mira a scardinare i principi alla base della nostra civiltà.

La deriva islamista ha colpito anche paesi che si erano, in questo vortice di rivoluzioni e colpi di Stato, mantenuti laici, come la Turchia, ora retta dal neo-ottomano Erdogan, o l’Algeria e il Marocco, dove i partiti radicalisti hanno conquistato democraticamente nelle ultime elezioni sempre più seggi.

             Parte Quarta: il terrorismo autoctono e il Tradimento dei valori dell’Occidente

In questi ultimi tempi, particolarmente dopo l’affermazione dello Stato Islamico a cavallo di Siria e Iraq, si è sviluppato un particolare tipo di terrorismo islamico all’interno dell’Europa: il terrorismo autoctono, ovvero un terrorismo praticato all’interno di una comunità da un membro stesso della comunità, in questo caso da cittadini di seconda o terza generazione, figli o nipoti di immigrati provenienti da paesi arabi.

Questo tipo di terrorismo è particolarmente subdolo e sfuggente in quanto si sostanzia in piccole cellule composte da poche persone che si riuniscono attorno ad un imam locale foraggito dall’oro di Raqqa o dei Saud, interessati a diffondere in Europa la loro ideologia liberticida e assassina.

Un giovane cittadino di terza generazione, venendosi a trovare escluso nelle città di un’Europa sempre più in crisi sia economicamente sia sul piano valoriale, si trova costretto ad appoggiarsi all’unico ente che gli dà sicurezza, la Moschea, Madrasa o Comunità islamica del suo quartiere, e se in quest’ultima, com’è molto probabile venendo queste realtà finanziate da oltremare, vengono propagandate le leggi dell’Islam più integralista è lampante che il giovane in questione rimanga preda di tutto ciò, convertendosi e al limite diventando un aspirante martire pronto a farsi uccidere per eliminare gli apostati europei.

Questo dovrebbe venir percepito da tutti noi come un tradimento degli ideali di libertà che propagandiamo e di cui da decenni siamo, come Europa, i principali promotori nel Mondo.

Questi uomini all’interno dei nostri confini nazionali creano delle enclave dove vigono le leggi sharaitiche e non quelle dello Stato in cui sono ospitati, perché nella gran parte dei casi è questo che sono i teroristi islamici che poi vanno a farsi esplodere negli aeroporti e nelle metropolitane: ospiti, gente che noi, secondo i principi di libertà e democrazia nonché di solidarietà che ci guidano, accogliamo e a cui forniamo tutto il necessario per sopravvivere lontana dall’Inferno in cui si è trasformato dal 2011 il Medioriente.

Come il Califfo Nero sferra il suo attacco su due livelli, quello europeo e quello mediorientale, su due livelli noi dobbiamo difenderci e all’occorrenza contrattaccare: a livello europeo favorendo una maggiore integrazione dei cittadini di seconda o terza generazione già presenti nelle nostre città, chiudendo le frontiere per impedire che i migranti che partono dal territorio dell’emirato di Sirte controllato dall’ISIS, debitamente selezionati da Ar-Raqqa e accompagnati da jihadisti, piccola criminalità della costa libica e mafia nostrana, infiltrino entro i nostri confini armi umane pronte a colpire in qualsiasi momento, perquisendo e all’occorrenza chiudendo i luoghi di ritrovo di queste cellule, queli moschee, madrase e centri islamici; a livello mediorientale invece dovremmo appoggiare economicamente e militarmente i movimenti armati sciiti e curdi nonché gli ultimi regimi sciiti che ancora si oppongono all’avanzata islamista e costituiscono l’ultimo baluardo della secolarità contro le velleità di islamizzazione della Fratellanza Musulmana e del Califfo Nero e se dovesse diventare necessario, e per molti versi già lo è, invadere “boots on the ground”, con soldati sul terreno, la Libia, per sbrigliare l’intricata matassa della Seconda Guerra Civile, dove non esiste un nemico da guardare negli occhi, ma solo bande fanatiche da sradicare.

In ultima istanza vorrei quindi spiegare il titolo che ho scelto di dare a questo approfondimento alla luce dell’esposizione di tutti gli argomenti necessari: “Kyrie Eleison”, “Signore, pietà”, è un’antica preghiera cristiana scritta in greco, una preghiera che probabilmente si levava da tutte le chiese e case di Costantinopoli mentre nel 1453 era assediata dall’esterno da Mehmet II il Conquistatore, Sultano Turco che disponeva di formidabili armi, come il gigantesco cannone Mahometta o il formidabile corpo dei Giannizzeri, guerrieri allevati fin da piccoli con l’unico obiettivo di sterminare i nemici del Sultano o rinnegati cristiani che si dimostravano più sanguinari dei commilitoni per dar prova della sincerità della loro conversione, guerrieri senza paura della morte o della prigionia; ed era martoriata all’interno dalle conversioni e dalle violenze dei “convertiti” all’Islam.

Vedo in questa situazione che Costantino XI Paleologo si trovò ad affrontare in qualità di Imperatore Cristiano molte similitudini con ciò che ci circonda attualmente.

Con la speranza che a noi dia più Forza e Volontà di quanta ne diede ai soldati dell’Impero Bizantino: “Kyrie, Eleison!”, “Signore, pietà!”.

 

Da La Spada di Damocle – Aprile 2016

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