Generecrazia

di Gianni Stoppani

NEL SEGRETO DELL’URNA ANCHE L’ASSESSORE FERRARI TI VEDE.

Se siete tra coloro che seguono il variegato mondo del football americano sarete forse a conoscenza di una bizzarra vicenda che oltreoceano tiene banco da circa un anno. Non riguarda, come potrebbe magari immaginare qualche spirito malizioso, uno scandalo a sfondo sessual-corruttivo con tanto di partite truccate e sottofondo di disponibili fanciulle e pacchi di dollaroni, vicende alle quali l’italico calcio ci ha ormai abituati con regolare cadenza, ma riguarda invece una vicenda molto più scabrosa. Una vicenda politically correct.

Accade infatti che alla blasonata squadra dei Washington Redskins – che con Washington non ha nulla a che fare perché è della Virginia- e che esiste sin dal 1932, si sia cercato di imporre un cambio del nome in quanto ritenuto offensivo per gli indiani d’America (Redskins significa infatti pellerossa). Per carità di patria, e per non naufragare nelle assai complesse vicende giuridiche della Common Law anglosassone vi risparmiamo i dettagli di tutta la questione, perché ciò che più prosaicamente ora ci interessa è che tutta la questione sia stata mossa non dai nativi americani, che magari sarebbero pure titolati a farlo, ma da associazioni per i diritti civili create e sostenute da bianchi anglosassoni spalleggiati da avvocati della Ivy League in doppiopetto.

E come qualche spirito libero yankee ha fatto cautamente notare si tratta fondamentalmente di razzismo assai ben celato. Ossia, non fai valere i tuoi diritti di nativo americano perché sei ignorante e zotico? Ci penso io, bianco, istruito ed evoluto che in queste cose sono assai più avanti di te.

Ora la cosa potrebbe rimanere confinata al di là dell’Atlantico e limitarsi magari a strappare al lettore della “Spada di Damocle” un sorriso di sghimbescio e un caustico commento del tipo “vara ti stì ‘mericani”, se non fosse che il “politically correct”, importato in Italia da quel Kennedy de ‘noantri che corrisponde al nome di Walter Veltroni, cinefilo appassionato, missionario laico mancato e sindaco di Roma a tempo perso non abbia ormai pervaso ogni meandro della vita pubblica a guisa di un ammorbante miasma degno della miglior Calcutta, sempre ed ovviamente supportato in questo dai giulivi spiriti targati PD.

Ed ecco quindi che anche nel piccolo Trentino ai bambini di medie ed elementari ormai da qualche anno viene vietato di partecipare alle celebrazioni dei caduti di guerra o a qualsivoglia messa, in quanto “cristiane” e che potrebbero così offendere la sensibilità degli alunni di fede islamica, che peraltro a quanto ci risulta qui sono una minoranza che mai ha elevato proteste in tal senso.

Ma tant’è, se loro sono zotici ed ignoranti e non vedono la pericolosissima mancanza di rispetto della propria cultura cui rischiano di essere sottoposti ci penseranno a riparare il torto gli illuminati spiriti di presidi ed insegnanti, auto-nominatisi strenui difensori del pensiero laico e del “politicamente corretto”.

Il tutto sempre senza che mai coloro che a parole si accreditano come i difensori della tradizione locale abbiano mai detto una sola parola o anche solo speso un fiato contro tali pratiche, o altre similari che ormai in Trentino abbondano più degli orsi a primavera. Ci riferiamo al PATT, ovviamente.

E così, se il partito di Rossi & C. pare sempre più occupato a dirimere faide interne, cercare di giustificare ad arcigni finanzieri appalti dati ai parenti prossimi e dissipare i soldi dei contribuenti indicendo gare d’appalto che poi non si è nemmeno in grado di portare a compimento, può accadere che il suo poco fedele alleato nel governo provinciale abbia spazio, tempi e modi per dedicarsi a soddisfare i pruriti ideologici dei propri assessori.

L’importante non pare infatti essere il livello della qualità di vita ormai in perenne calo, le tasse al contrario sempre alte o lo spreco di risorse pubbliche. Tutt’altro. C’ò che importa, ciò che va di moda ora, l’imprescindibile argomento che sottende oggi la società trentina è ben altro. E si chiama preferenza di genere. Sublime sintesi sintattica – ovviamente anch’essa politicamente corretta- di un concetto partorito da sforzi intellettivi degni di miglior causa e secondo la quale d’ora in poi, quando andrete a votare, dovrete obbligatoriamente scrivere sulla scheda il nome di un uomo E il nome di una donna.

Se non lo farete cadrà su di voi la vergogna dell’accusa di essere innanzitutto ignoranti e zotici e magari pure il sospetto di essere tifosi dei Washington Redskins invece che del Milan, ma soprattutto la vostra scheda, la vostra preferenza, la vostra scelta sul candidato che secondo voi, e non secondo altri vi debba e possa rappresentare al meglio nel vostro Comune o nella vostra Provincia non sarà valida, e il vostro voto non conterà NULLA.

Non scegliere un uomo o una donna purché siano bravi e si spera magari anche onesti. Ma, ripetiamo, scegliere un uomo E una donna. Obbligatoriamente. Se no, nisba.

Per soddisfare quindi il sopracitato prurito si ritiene ormai non che debba aumentare la consapevolezza femminile del proprio ruolo nella società, promuoverne il miglioramento o stimolare la partecipazione, o meglio ancora mettere a frutto una buona politica sociale che permetta alla donna madre, moglie, lavoratrice e anche impegnata in politica per il bene della propria comunità di fare fronte al meglio ai propri impegni, tutt’altro, ma si preferisce prendere la scorciatoia dell’obbligare il singolo cittadino a votare comunque per una donna, per assicurare negli scranni della rappresentanza democratica una presenza femminile purché sia una, senza badare al più semplice dei concetti che stanno alla base della democrazia stessa, ossia il proprio imprescindibile diritto di esprimere una scelta libera e senza condizionamenti esterni, con un bel “ciaone” di quelli che tanto piacciono ai renziani, stavolta non applicato al referendum sulle trivelle ma alla democrazia come idea e pratica, dato che ne nuovo Trentino infallibilmente diretto verso il sol dell’avvenire targato PD non importeranno più le capacità dei singoli candidati, importerà semmai appartenere al genere giusto.

A tali critiche i fautori del brillante progetto replicano solitamente sottolineando che comunque la “quota rosa” di ogni lista garantisce un ventaglio di scelte, cosa che tuttavia non risolve affatto il problema ma si limita a spostarne il baricentro. Perché come detto la questione centrale non è il genere, ma la competenza.

Nel brillante progetto politico che vuole la preferenza di genere, estesa ad ogni livello della partecipazione democratica, si va così anche ben al di là della criticata pratica messa in atto da decenni dai partiti di premiare la militanza fedele, inserendo in lista magari dei minus habens su cui si faceva magari convergere qualche voto e di cui il PD locale rimane indubbio maestro, visto anche l’assai scarso livello della rappresentanza, in primis purtroppo proprio femminile, che attualmente siede nei banchi provinciali e che sin dall’inizio della consigliatura ha lasciato francamente perplesso più di un osservatore sul reale spessore politico e capacità amministrativa della cosiddetta ”altra metà del cielo”.

Un tragicomico bilancio di “zero tituli” che da solo basterebbero a qualificare una simile proposta, ma se avete avuto l’indubbia forza di seguirci fin qui aggiungiamo ancora un’altra considerazione su cui vale la pena spendere ancora due parole. Ossia, detto in soldoni, la mentalità che ha permesso che un simile orrore amministrativo e giuridico venisse portato all’attenzione del Consiglio Provinciale, che proprio questo mese ne affronterà la discussione ai fini del varo eventuale della nuova legge elettorale trentina.

Una mentalità che sottende una pervasione in ogni sfera del cittadino, anche la più riservata come il diritto di voto, ove sotto la bandiera del politicamente corretto tutto è permesso e tutto è concesso. Un agire politico che presuppone comunque una totale mancanza di rispetto del cittadino-elettore, non più chiamato a esprimersi dopo avere ascoltato l’una e l’altra campana, ma chiamato a votare chi per lui hanno deciso a priori gli illuminati spiriti, che ben si guardano invece dal chiedere su un così importante argomento il parere proprio di quegli stessi elettori che così brillantemente vorrebbero “educare”. Un parere, ne siamo certi, che riserverebbe più di una sorpresa per gli improvvisati legislatori locali, così come l’ha riservata ai paladini del “politically correct” made in USA dopo che l’89% dei tifosi dei Washington Redskins ha votato per il mantenimento del vecchio nome della propria squadra del cuore. Un opinione che però, nel piccolo Trentino, nessuno si è mai sognato di chiedere nemmeno ai bambini delle scuole.

dalla Spada di Damocle – Maggio 2016

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