Pena di morte per chi tocca i bambini

 

di Marika Poletti

Chi non ha sentito parlare di Chicca, la piccola Fortuna Loffredo uccisa a sei anni dal pedofilo che abusava del suo corpo, lo stesso che di fronte alla resistenza della bambina la prese e la gettò dal tetto del palazzo come fosse uno dei tanti sacchi di rifiuti che fanno da ornamento al quartiere.

Degli ultimi minuti di vita della piccola si sa solo questo: orrore su orrore. Un uomo ripugnante che abusava anche delle figlie della sua compagna e della piccola che con lei aveva concepito. Tutti i giorni. Una rete di silenzi, di adulti che sanno e nascondono, che mettono a tacere non solo la coscienza ma anche ogni forma di umanità. Criminali che occultano le prove delle brutalità dimostrando che considerano la  violenza carnale sui propri figli e nipoti di uguale gravità rispetto alla condotta di un commerciante che non rilascia una ricevuta.

In questi giorni i nomi di Chicca e della sua amichetta, anch’essa quotidianamente abusata dal patrigno, l’unica che ha avuto la forza di rompere il silenzio e denunciare ciò che dentro quello squallido edificio accadeva, occupano le prime pagine dei giornali e le discussioni nei talk politici. Abbiamo sentito di tutto, anche chi -come il parroco napoletano di Caivano- è arrivato a dire che “prima di essere un pedofilo, una persona è anche padre di famiglia”.

Pedofilia articolo Poletti 2

La pedofilia dilaga. Dilaga nei numeri del turismo sessuale, ha la possibilità di insinuarsi drasticamente in ogni casa tramite il web. Trova un habitat confortevole in alcuni contesti domestici nei quali i bambini vedono le proprie figure di riferimento divenire aguzzini.

Trova anche una sorta di legittimazione in tutti quegli esponenti del mondo politico e culturale che rivendicano il diritto al piacere sessuale per i bambini, che potrebbero -a dire di alcuni di questi soggetti- viverlo anche con gli adulti.

E, perché no, la troviamo anche istituzionalizzata dalle frequentazioni altolocate della Comunità Il Forteto, la cui storia è tra le più schifose dell’Italia contemporanea. Ma va bene così: la sinistra ha deciso che un pugno di voti vale più della vita di decine di bambini…

Una persona che possa definirsi parte del genere umano non può che trovare ripugnanza in un pedofilo. Riconosce in lui solo l’impossibilità di essere recuperato. Nel modo più totale.

Qui si innesta la discussione sulla castrazione chimica, strumento in uso in alcuni Stati ma che, come dimostrato dall’esperienza statunitense, non comporta alcuna certezza di efficacia e, spesso, i pedofili che ne sono stati sottoposti cadono poi in recidive.

Dobbiamo essere molto chiari: il pedofilo non è un malato che deve essere guarito. Non è un soggetto da recuperare. E’ l’essere più disgustoso che esista sulla faccia della terra e come tale deve essere considerato. Non esiste rieducazione. Non esistono attenuanti. Non esiste reinserimento nella società.

Brutti scherzi del calendario politicamente corretto, il dibattito si incendia a cavaliere del 5 maggio, giornata internazionale contro la pedofilia, ghiotta occasione in cui le Istituzioni danno lettura dei soliti ciclostilati messaggi. Da Francesco I a Mattarella, tutti si sono stracciati le vesti denunciando la gravità del fenomeno e chiedendo serie misure di contrasto. Tutto bello, tutto giusto. Ma quindi? Quali sono le mirabolanti armi che la società dovrebbe sguainare per combattere questa battaglia di civiltà?

Domanda più che legittima se si considera che un pedofilo mediamente resta in carcere 8 anni ed il Senato della Repubblica ha approvato in questi giorni un disegno di legge contro il negazionismo prevedendo una pena detentiva di 6 anni. Per non parlare della legge Mancino che già 6 anni prevede di potenziale condanna per discriminazione. Ma, quindi, di cosa stiamo parlando?

Si deve avere il coraggio di affrontare la questione e difendere ciò che di più prezioso l’umanità ha -l’infanzia- da degli ignobili. Non esiste una terza via: condanna a morte od ergastolo in cella d’isolamento senza alcuna possibilità di benefici carcerari né attività interne alla struttura detentiva. Perché non vi è nulla da recuperare, nulla che possa essere perdonato. Con buona pace dei novelli Beccaria…

dalla Spada di Damocle – Maggio 2016

 

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