Siamo eredi di un glorioso passato

di Andrea Del Mastro*

Abbiamo un terribile spada di Damocle che penzola sulla nostra testa, come capita a tutti color che assumono su se stessi una responsabilità capitale, al limite delle proprie possibilità.

Siamo gli eredi del pensiero di quella particolare, anomala, indecifrabile “bestia” che è stata la destra italiana, incompresa, ma anche incomprensibile.

L’estinzione della destra politica italiana è stata scongiurata per un atto di coraggio, per un grumo di lucida, raziocinante follia che ha condotto uomini e donne, incapaci di arrendersi, a fondare Fratelli di Italia in piena, irriverente ed entusiastica rottura con il ventennio del bipolarismo muscolare, urlato e sragionato, rappresentato dal berlusconismo e dalla sua copia sbiadita e negativa costituita dall’antiberlusconismo.

Destra e sinistra hanno allegramente bruciato capitali umani e culturali sulla base di quello che passerà alla storia non già come il ventennio del bipolarismo italiano, ma della ‘sindrome bipolare italiana’, vera e propria patologia medico-politica.

La destra politica italiana ha vinto la sua sfida, riportando in Parlamento una destra “a testa alta e schiena dritta”, capace di tornare ai temi veri della politica, fuoriuscendo dalla logica delle tifoserie da stadio.

Sembrava la sfida più difficile, ma, oggi, tutti avvertiamo che ben altra è la sfida che ci attende ed è ricostruire, pur  respirando lo spirito del tempo, l’arcipelago frastagliato che rappresenta la cultura della destra italiana, ove ha convissuto il tradizionalismo con il futurismo, l’europeismo con il nazionalismo, le piccole patrie del cuore con la grande costruzione europea capace di competere sul quadro delle guerre economiche internazionali, il liberalismo con una visione partecipata e sociale della vita economica, il comunitarismo con il lumeggiare di culture anarco-individualiste, i temi dell’ambiente con quelli dell’industrialismo.

Tutto rigorosamente declinato a destra.

Una destra che scorreva potentemente carsica, ma una destra che apparve necessaria agli italiani all’indomani della esplosione della prima repubblica.

Era quella destra con cui gli italiani avevano deciso di scardinare il “già visto e già vissuto”, di “dare l’assalto alla cittadella del potere” per liberare le energie della nostra nazione e scrivere un nuovo inizio.

Era a quella destra a cui guardavano i giovani quando finalmente uscivano dai centri sociali, maleodoranti fortini della sinistra giovanile e radicale italiana.

Era a quella destra che guardavano i giovani quando dismettevano la logora e sfilacciata maglietta del “Che”.

Arresi all’idea della piccola politica, l’unica alternativa che abbiamo dato ai centri sociali sono stati i centri commerciali, l’unica alternativa alla maglietta del “Che” è stata quella di Giolitti.

Eredi della più sterminata cultura novecentesca, non abbiamo saputo e voluto raccogliere quel prezioso ed incontaminato mondo del sottosuolo in cui ci aveva confinato l’egemonia cultura della sinistra e portarlo con fierezza a galla.

Il fiume carsico della cultura della destra italiana non è affiorato.

Abbiamo avuto l’ansia di lasciarsi alle spalle l’universo culturale che, per davvero, ci legittimava.

La verità è che si è bruscamente interrotto quel rapporto profondo, quasi carnale, che anni fa avevamo instaurato con il popolo italiano che da noi pretendeva  una profonda, ancorché incruenta, rivoluzione, in ogni ente di governo.

La cultura della sinistra titolava con orrore “sono calati i barbari”.

Ma quei barbari, nel corso del ventennio bipolare, si sono smarriti, rectius hanno smarrito il senso della loro missione storica.

Quella rivoluzione amministrativa, politica e dei costumi che gli italiani si attendevano non c’è stata.

Irretiti dalle sirene dei salotti buoni, ci siamo disinvoltamente seduti a tavola, ma, con l’invito, ci presentarono un abitino stretto, troppo stretto, da indossare, pretendendo che dimettessimo, senza troppi problemi, il nostro.

Eppure la nostra identità culturale era una chiave di lettura per i problemi drammatici ed urgenti della globalizzazione, conteneva le risposte alla crisi economica di una economia soffocata dalla finanza, forniva punti di riferimento per una cultura nazionale capace di ripartire dalla famiglia, dalle comunità e dai corpi intermedi.

La nostra identità culturale forniva spunti per comprendere l’insorgere ad est di nazionalismi rabbiosi anche perché conculcati dalla più disumana ideologia internazionalista, per anticipare e comprendere il magma che si agitava in un medio oriente in cortocircuito fra medioevo politico e modernità del pertroldollaro e teatro di guerre per procura che intanto si verificavano in quanto era drammaticamente una politica europea.

Questa destra culturale, ancora oggi e forse soprattutto oggi, è necessaria.

Non mancano gli autori, i riferimenti, i libri, le riflessioni, gli intellettuali, manca solo la rete che dobbiamo ricostruire e gli aggiornamenti del nostro pensiero.

Per fare un solo esempio in campo economico: l’economia arranca, Renzi(e) senza alcun modello economico per una Nazione che rimane una potenza industriale sorride, ebete e beffardo, ai dati che indicano una crescita dello zero e qualcosa e lo imputa sfacciatamente ad un jobs act che risulta essere, al massimo, un palliativo.

Confindustria e CGIL – incredibilmente – immaginano percorsi di partecipazione economica per rilanciare l’economia, con l’imbarazzo di dover ammettere che l’eresia economica della partecipazione è una delle chiavi di volta per permettere all’Italia di tornare a competere sui mercati internazionali.
E’ finita l’illusione di poter competere sui mercati internazionali semplicemente e banalmente riducendo gli stipendi e si comprende che solo la collaborazione, l’idea della comunità industriale può far tornare l’Italia a competere.

Noi siamo drammaticamente assenti da questo dialogo che vede fiorire le nostre verità sulla bocca dei nostri avversari.

Abbiamo la necessità di aggiornare le nostre tesi, soprattutto ora che ogni modello alternativo pare mostrare tutti i suoi limiti.Da dove cominciare dunque?

Dalla Fondazione Alleanza Nazionale che questa estate è stato un vero e proprio tormentone per la destra italiana.

Alla tesi “prendiamo il bottino e scappiamo” abbiamo anteposto l’idea – peraltro connotata dal requisito non banale della liceità – che la Fondazione debba uscire dalla fase di musealizzazione e debba essere un vero e proprio laboratorio per la destra italiana.

La Fondazione deve riaggregare i nostri intellettuali, commissionare convegni e studi, conferire spessore culturale alle nostre idee. Possibile che non vi sia un serio studio comparato sui sistemi di partecipazione e socializzazione per uscire dalle secche di un libero mercato che non garantisce nemmeno più livelli accettabili di benessere?

Possibile che non esistano studi su come recuperare quote di sovranità nazionale rispetto ad una costruzione europea che non è certo quella che sognavamo quando cantavamo la magnifica costruzione europea delle tradizioni, delle cattedrali e  dei popoli?

Possibile che la Fondazione AN non possa immaginare una ricostruzione della figura di Almerigo Grilz per avere una icona vera per la gioventù italiana?

Possibile che la Fondazione AN non possa immaginare di finanziare la nascita di un settimanale on line ove i temi dell’ambiente vengano coerentemente declinati a destra, ove la cultura dei neocomunitarians trovi spazio per difendere i valori tradizionali di una nazione ove il pensiero radicale sembra voler scardinare financo la famiglia, ove il pantheon vero degli autori della destra torni a sprigionare le sue fascinazioni intellettuali?

Possibile che la Fondazione An non possa finanziare studi seri e spendibile per una vera riforma presidenziale dello Stato Italiano che coniughi federalismo vero, con efficienza, decisionismo e democrazia?

Il patrimonio profondo della destra italiana anomala, irregolare, irriducibile al panorama delle destre banalmente conservatrici di stampo europeo è sempre lì che scorre carsicamente in attesa di donarsi a color che ne saranno degni eredi.

E noi, con presunzione, sappiamo di esserne i degni eredi, ma sappiamo anche che la spada di Damocle oscilla sulla nostra testa.

E’ il significato della grande politica: comprendere il proprio compito, essere consapevoli delle responsabilità e dei rischi, ma sapere che la grande avventura in mare aperto è il nostro destino.

*Responsabile nazionale Dipartimento Cultura FdI/AN

Da La Spada di Damocle n. 6 – Gennaio 2016

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...