TTIP – distruggeremo tutto, è questione di tempo

di Marika Poletti

Distruggeremo tutto, è questione di tempo. Oppure no?

Alla fine di questa carrellata mettiamoci nei panni di un buon amministratore che investe sul proprio territorio, del piccolo produttore che concentra la propria attenzione nella valorizzazione della tipicità locali e nel consumatore consapevole che ha affinato gli strumenti per poter scegliere il meglio per sé e per la propria famiglia. Cosa possono questi tre attori di fronte ad una colata di lava bollente che annienta ogni possibilità di sopravvivenza?

Perché di questo stiamo parlando quando pensiamo al TTIP, il Trattato transatlantico di partenariato sul commercio e gli investimenti, un accordo teso a creare un’estesa area di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, abbattendo tutte le barriere, sia quelle doganali –che pesano circa il 4% dei costi- che quelle non tariffarie.

Per quanto le politiche doganali abbiano dei riflessi sulla vita commerciale, ben pochi hanno consapevolezza della portata distruttrice dell’abbattimento delle barriere non doganali cioè di tutte quelle specificità che differenziano una nazione da un’altra. Detta in altre parole, il TTIP mira ad appiattire gli standard garantiti per legge di sicurezza alimentare, in ambito sanitario, politiche di difesa dell’ambiente ed occupazionali. La ragione è facilmente detta: per poter creare nel concreto un’area di libero mercato è necessario che non vi siano ostacoli o differenziazioni quindi con trattato internazionale si aboliranno le leggi che tutelano i consumatori, le normative in materia di salute pubblica ed ambientale e la difesa delle diversità, siano esse dovute alle tipicità locali che ai brevetti.

Così i nostri mercati saranno invasi da OGM, gli animali verranno alimentati con dosi massicce di medicinali ed ormoni della crescita e sulle campagne verranno riversati mari di pesticidi. Centinaia di migliaia di imprenditori agricoli falliranno, importeremo e mangeremo prodotti di bassissima qualità ed andranno man mano a scomparire le produzioni tipiche locali in quanto saremo nell’impossibilità di difendere le indicazioni geografiche protette. Tutto questo per ottenere in Italia, a detta degli entusiastici promotori, un aumento previsto di PIL dello 0,6%, stima del tutto propagandistica e senza basi analitiche. Volessimo anche prenderla in considerazione come buona, saremmo comunque disposti a mettere a rischio la nostra salute, la nostra terra ed il nostro tessuto produttivo per ottenere una briciola –forse- di PIL in più?

Più che di “area di libero scambio” dovremmo parlare di uno spazio ove il mercato è egemone, in cui il potere politico derivante dal consenso espresso nei singoli Stati deve lasciare il passo alle logiche del sistema post-liberale. Lo si capisce anche dalle modalità con le quali le trattative si stanno sviluppando: nel più totale riserbo e con attori che, per loro stessa ammissione, non traggono il loro mandato dal popolo, come il Commissario europeo per il commercio, Cecilia Malmstroem. Ai singoli Parlamenti nazionali resterà solo un passaggio formale, un voto globale del testo del trattato così come verrà redatto dai burattini della globalizzazione, senza possibilità di emendarlo. Del resto il Governo italiano, tramite le due figure maggiormente interessate, Matteo Renzi ed il Ministro per le Politiche Agricole Martina, si è detto entusiasta del TTIP, cosa che dovrebbe farci ulteriormente ragionare sul ruolo che questa maggioranza, mai passata dalle urne, riveste nel panorama internazionale.

Non solo appiattimento degli standard di sicurezza alimentare ma anche livellamento delle tutele del lavoratore, come, per esempio, l’aumento del salario minimo, ed un vero e proprio vincolo rispetto alle scelte di politica interna che potrebbero avere ripercussioni sul mercato.

Volendo, non siamo ancora arrivati alla parte peggiore di tutto il TTIP, cioè la totale cessione di sovranità riconoscendo come legittima l’intromissione di arbitrati internazionali nella contesa tra Stato ed aziende.

Tramite il meccanismo di protezione degli investimenti (ISDS) un’azienda potrà infatti chiedere la condanna di uno Stato per una legge –emanazione diretta od indiretta del consenso popolare- che limita i profitti. Una Nazione, per esempio, non potrebbe più liberamente decidere di proibire la pubblicità delle sigarette perché incapperebbe nel rischio di dover risarcire le grandi industrie del tabacco. Il collegio arbitrale formato di avvocati specializzati in trattati internazionali e, in buona sostanza, collegati alle multinazionali non essendo individuati tramite la logica del giudice naturale, potrebbe condannare questo Stato a ripagare l’azienda secondo i due canali civilistici di lucro cessante e danno emergente. In alternativa –od in aggiunta- lo stesso collegio potrebbe obbligare lo Stato a ritirare la normativa oggetto del contendere.

Supremazia delle leggi di mercato, privatizzazione della giustizia e distruzione di quel residuo di sovranità rimasta. Di fronte a questo le coscienze dovrebbero ribellarsi, gli strilloni della contro-globalizzazione alzare la voce, le associazioni di categoria mobilitarsi. Ma tutto tace, in Italia come altrove –fatta unica eccezione per una manifestazione a Berlino nell’ottobre dell’anno scorso-.

Purtroppo ciò che andremo a distruggere, dovesse andare tutto come nei piani dei grandi tessitori e delle loro teste di legno di renziano modello, non sarà in alcun modo recuperabile.

Possiamo solo cercare di preparare le condizioni di consapevolezza tali da imporre al nostro Parlamento di bocciare questo trattato, facendo pressione anche singolarmente sui singoli Deputati, o sperare che questo Governo di fantocci vada in frantumi prima del voto finale e che gli italiani abbiano l’intelligenza ed il coraggio di esprimere di meglio.

Immagine Poletti TTIP

dalla Spada di Damocle – Maggio 2016

 

 

 

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