La Virtù ed il corso del mondo

di Marco Taufer

Se qualcuno ha già avuto la curiosità di visitare il museo del Castello del Buonconsiglio a Trento avrà forse notato un dipinto interessantissimo ma a prima vista di difficile lettura. Si tratta di un dipinto di Dosso Dossi dove un uomo vestito con una tunica color arancio è seduto di fronte ad una tela da disegno mentre dipinge delle farfalle.

Andiamo al dunque: forse pochi di noi hanno in mente la definizione della parola “virtù”. La virtù che per Machiavelli non era altro che una qualità tecnica (ossia qualcosa che si poteva acquisire o perfezionare attraverso delle tecniche di apprendimento o attraverso lo studio) o la virtù kantiana, la quale era la ratio cognoscendi della libertà umana, o forse una virtù in senso platonico, legata all’equilibrio dell’anima (la quale si rispecchia nella giustizia in ambito sociale).

Fatto sta che al tempo d’oggi non ritroviamo un equilibrio dell’anima, e tantomeno della società. I valori e il concetto di famiglia, al di là di qualsiasi credenza religiosa, vanno intesi secondo natura; ossia la famiglia “naturale” e non quella che viene pubblicizzata e spacciata come una famiglia “moderna”. Il crollo di questi fondamenti basilari della nostra società non possono essere intesi secondo un carattere rivoluzionario o di qualcosa di positivo. L’essere umano sembra andare contromano rispetto alla storia: sembra che la specie umana sia l’unica che, al posto di difendere la sua perpetuazione, sta accelerando la sua estinzione.

Vi racconto di un pezzo tratto dalle “Intercenali” di Leon Battista Alberti, in cui si descrive come la virtù sia derisa dalla fortuna:

“La dea Virtù, oltraggiata da Fortuna e malmenata dai suoi sgherri, aspetta invano fuori dall’uscio di Giove per far valere le sue ragioni di fronte a quello che dovrebbe essere il signore delle vicende umane e terrene; tuttavia, le molte divinità che vede entrare ed uscire dalla stanza del potere riferiscono che Giove e le altre divinità sono sempre indaffaratissime in attività quali il controllo del ciclo biologico della zucca, e la pittura di magnifiche ali di farfalle: cose che, agli occhi di Virtù, offesa ed umiliata, non appaiono certo di primaria importanza per le sorti del mondo. Mercurio, con cui Virtù dialoga e si sfoga, invocandone l’intercessione presso Giove, rivela quanto la realtà abbia tinte ancora più fosche di quanto non appaia: Giove non riceve Virtù per leggerezza o trascuratezza, bensì perché dovrebbe ammettere la sua impotenza di fronte alla dea Fortuna, alla quale lui stesso deve la sua posizione. Fortuna, dunque, in spregio ad ogni ottimistico principio umanistico della primazia di Virtù su Fortuna, governa del tutto arbitrariamente tanto sugli uomini quanto sugli déi”.

Morale della favola, chi comanda non riesce a mantenere la neutralità perché ha avuto bisogno di qualcuno per arrivare dove è arrivato. In questo saggio, nemmeno il dio degli déi Giove ha potuto aiutare la povera e “sfortunata” Virtù, la quale, malmenata da Fortuna, ha ricevuto il consiglio di mettersi da parte e di nascondersi fino a che l’ira della sua rivale non si fosse attenuata. Virtù rappresenta il comune cittadino di fronte ai suoi governanti, che incapaci di assicurargli giustizia piuttosto consigliano di lasciar passare e nascondersi nel proprio piccolo.

Da La Spada di Damocle n. 7 – Febbraio 2016

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