Un popolo è la sua lingua

di Marika Poletti

Quando si parla di una lingua nazionale si deve avere tatuata a fuoco la consapevolezza che si sta investendo tutto il panorama culturale di un popolo al pari, se non addirittura prima, del patrimonio artistico e paesaggistico.

Non a caso per dimostrare l’alterità rispetto ad altre nazioni, coloro che si vogliono individuare in una propria Patria la prima prova a carico che presentano è l’esistenza di una lingua specifica che connota esclusivamente la Comunità umana di riferimento. Così è accaduto nel paesi della ex-Jugoslavia ma anche in quelli nati o risorti dalle ceneri dell’Unione Sovietica. Una lingua, ma non solo: anche una letteratura che riprova la propria capacità indipendente di produrre e veicolare arte.

Se ci troviamo però davanti a mirabili esempi di ricerca, delle volte pure artificiosa, di un bagaglio linguistico specifico, dobbiamo per responsabilità prendere atto della latitanza d’interesse in alcune nazioni su questa tematica.

Preoccupante prima ancora che assurdo l’atteggiamento dell’Italia, Patria modellata su quello che il De Amicis battezzò “l’idioma gentile”, cioè il progressivo avvicinarsi del volgare alla parlata toscana. La lingua è vita, arte, cultura ed identità. Basti pensare all’importanza che essa assunse durante il Risorgimento: in un panorama italico frastagliato, la battaglia vera ed autentica, prima ancora di essere combattuta con le armi della diplomazia o sul campo di guerra, fu sfidata dalle penne di artisti che tenevano assieme quel filo rosso di tradizione che congiunge San Francesco d’Assisi, primo autore che propose la lingua volgare nel proprio componimento poetico, fino al Manzoni. Come antica forma di richiamo pubblicitario, la nobiltà di tutto il Vecchio Continente era attratta dallo Stivale anche per le parole di tutti questi artisti che volevano affrontare quello che era il famoso “viaggio in Italia”, pellegrinaggio sacro e profano in quello scrigno d’arte e lingua a cielo aperto che è la nostra Patria. Basti pensare a Goethe, per fare solo un nome.

Usare la lingua madre è come infondere in sé l’intero mondo di Valori e tradizioni, conoscenze specifiche ed appartenenza che fa di una popolazione (cioè la fotografia delle persone in un determinato territorio) un popolo. Non a caso infatti la riflessione sulla lingua, sia scritta che parlata, sono al centro delle analisi di tutti i movimenti populisti tradizionali, come per esempio il Von List nella Germania del XIX sec.

Una lingua dice molto di più di un popolo rispetto alle moderne, e spesso di opinabile fondamento epistemologico, ricerche sociologiche che hanno la presunzione di disegnare il profilo di una Comunità contando meramente la quantità. La società avrebbe maggiormente bisogno di linguisti e di persone consapevoli della corretta gestione di un contesto sociale piuttosto che di analisti da questionari al telefono.

L’italiano ad oggi è banalizzato, standardizzato, anglicizzato, sottoposto al fiorire di lingue settoriali e di gerghi autarchici come quello giudiziario od aziendalistico. La scuola s’impegna nella trasmissione di competenze pratiche e spendibili nell’immediato, come l’informatica e l’inglese, ma glissa anche poco elegantemente sulla proprietà di linguaggio dei giovani alunni che, non di rado, contano poche centinaia di termini nei loro temi scritti ed ancor meno negli interventi orali.

Riavvolgere il nastro o, come direbbero i nostri Avi, re-volvere.

Si potrebbe prendere ad oggetto proprio il concetto di “rivoluzione”, esempio di come un popolo da secoli ha dimostrato di vivere un’idea (re-volvere), fino alla completa sovversione data dall’anglicizzazione (revolution, intesa come sedizione, rovesciamento, minare alle radici la continuità sociale e storica).

Buon atteggiamento epistemologico –per quanti limiti possa avere tale modo di proseguire in materie che hanno come oggetto il pensiero e il suo svilupparsi- dovrebbe essere l’unanime punto di partenza individuato nell’analisi etimologica.

Se talune volte questa può portare a conclusioni fallaci o dubbie – esempio: “ingenuo” sarà anche significato “figlio prediletto della stirpe” ma forse pochi ausili darebbe ciò nel ragionamento attuale-, altre dovrebbero essere prese in chiave rappresentativa.

Se nella lingua latina “rivoluzione” ha diretta concordanza con il termine “re-volvere” non si capisce il motivo che induce a cercare una nuova definizione. Si può aggiungere poi tutta la consapevolezza di studiosi del pensiero e della storia, ma sciocco pare riempire a posteriori con un significato diverso, un termine che già ne portava in dote uno. Se in chiave metodologica ciò potrebbe sembrare una usurpazione, lo è maggiormente sul piano contenutistico quando la tradizione diviene inspiegabilmente antitesi della neo-invenzione.

La ratio profonda e l’unica ragion d’essere del meccanismo convenzionale sono rendere potenzialmente conoscenza di tutti una base imprescindibile per l’evoluzione del pensiero: perché quindi usurpare un termine che già è pieno e potenzialmente conoscibile-conosciuto?

Due le possibile risposte: o si crede che l’inglese moderno abbia più storia e maggiormente abbia influenzato le menti per secoli rispetto al latino classico –tesi di buona fede ma scarsa capacità critica-, oppure si vuole prendere una confezione ben riuscita e di un buon grado di attrazione, qual è il termine “rivoluzione”, e riempirlo a proprio piacimento, quasi fosse l’ultimo ritrovato del fenomeno marketing –tesi, va da sé, di dubbia buona fede o, nella migliore delle ipotesi, di nessun rispetto per la tradizione.

Questo esempio rende palese l’idea di come all’interno di un termine non vi sia solo un significato che convenzionalmente gli viene affiancato, bensì racchiuda un modo di vivere tradizionalmente proprio di una specifica Comunità umana.

L’italiano per noi è ancora la lingua madre, naturale, vera ed indimenticabile; un’esperienza di cui ci sentiamo portatori di Valori, la cui grammatica è visceralmente interna a noi, senza ausilio di continui controlli e correzioni?

O piuttosto delle volte si ha la sensazione di studiare una lingua morta, come disse in una bruciante battuta Ennio Flaiano, “una lingua parlata dai doppiatori”?

In un contesto sociale che pare travolto dalla globalizzazione, in cui i média (termine di chiara derivazione latina, non serve anglicizzarne la fonica), per ignoranza e per sofisticazione eccessiva, introducono coattivamente nella nostra vita una lingua poverissima di termini, piatta e spesso volutamente banale, pare necessario riprendere le redini e stabilire le priorità. La lingua italiana deve essere difesa non già come un panda per qualche associazione animalista, ma dalle piccole cose. Dal comune per esempio, nelle nostre scuole. Nell’arte, perché francamente non si comprende l’esigenza di mutuare terminologie in un campo in cui l’Italia può salire sulla cattedra del mondo.

Nemmeno quando si parla di affrontare la crisi economica attraverso una rivalutazione dell’eccellenza nostrana si ha il coraggio di accantonare l’orribile “made in Italy”. Ciò è dimostrativo.

Questa battaglia è ancora più significativa se fatta in una provincia, come quella di Trento, alla base della cui autonomia vi sono proprio tesi tendenti alla tutela delle minoranze linguistiche ed etniche. Difendere l’italiano non è in contrasto con il rispetto dei singoli dialetti o delle diverse nicchie linguistiche. È riprendere le fila della storia patria e recuperare il meglio che in essa si può ritrovare.

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