Donne, la scia di sangue continua

di Tiziana Montinari*

L’ultima donna barbaramente uccisa è Sara. Capelli biond, occhi profondi ed un futuro fatto di aspettative e di speranze mandate letteralmente in fumo dal suo ex fidanzato che non si rassegnava alla fine della loro storia d’amore. Sara ormai è solo un’icona in più di una violenza brutale che l’ha portata fino alla morte. Il Femminicidio è l’epilogo della violenza di genere al suo ultimo stadio.

La matrice di questa particolare tipologia di omicidi è una complessa radice culturale che ha la sua poiesi in un misto di personalità prevaricante, frustrazioni, desiderio di possesso psicotico da parte dell’uomo che uccide la donna proprio in quanto appartenente al genere femminile. E’ l’ultimo atto di una scena del crimine idealmente allargata non soltanto al luogo della morte ma anche a ciò che la precede e che è costituita da controllo compulsivo sulla donna, violenza psicologica prima che fisica, sopraffazione e manipolazione, riduzione in condizione di controllo o dipendenza economica,  atti intimidatori e  stalking. Nella maggior parte dei casi la violenza nasce e si sviluppa come espressione di una relazione affettiva squilibrata tra un uomo ed una donna, relazione nella quale lei spesso non è consapevole fino in fondo del rischio che sta correndo.

Molte delle violenze che si consumano tra le mura domestiche non emergeranno mai al di fuori della porta di casa. Per paura di denunciare, per riservatezza, per vergogna del giudizio sociale o per mancanza del supporto dei familiari più prossimi, la donna vittima di violenza nella maggior parte dei casi copre i lividi con gli abiti  e doppia mano di fondotinta, mentre cela i lividi e le ferite dell’anima custodendole gelosamente nei meandri più interni del suo io. Di solito è questo lo psicodramma ricorrente tra le donne vittime di violenza, come se nascondendo la violenza subita la privassero della sua bestiale connotazione reale, come se soffocando il dolore si illudessero di non esserne mai state vittime, nella convinzione di poter tenere la situazione sotto controllo o di essere in grado di poter cambiare lui. Solo un occhio attento e più sensibile può accorgersi della malinconia celata dietro uno sguardo triste, sebbene rassicurant,e di una figlia che alla madre giura che con lui non ci sono problemi, che è l’uomo migliore del mondo.  Ma se quell’occhio attento di una madre o di un’amica si sofferma un po’ di più ad osservare quell’anima imperscrutabile, e riesce a comprendere che quella donna ha bisogno di aiuto, allora quella donna dev’essere aiutata, dev’essere indirizzata, le si deve dare la forza ed il coraggio di denunciare.

Nessuna traccia va sottovalutata. Di solito sono presenti specifici campanelli d’allarme che vanno interpretati senza farsi prendere dalla spirale emotiva che tende a rimuovere piuttosto che ad ammettere. Bisogna imparare a riconoscere la violenza e a darle il suo nome proprio. La mamma di Sara aveva letto i messaggi intimidatori dell’ex fidanzato della figlia senza riuscire a dargli la valenza drammaticamente premonitrice di cui erano  portatori. Il senno del poi può essere tardivo. Meglio un procurato allarme che una figlia morta. Soprattutto però bisogna lavorare a tutti i livelli per estirpare quella profonda matrice culturale che sta dietro al fenomeno, radice che è tanto forte ed unanimemente riconosciuta al punto tale che la Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu ne parla come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Il movente “passionale o del possesso” continua ad essere tra i più frequenti  alla base dei femminicidi ed è solitamente scatenato in quanto  reazione dell’uomo alla decisione della donna di interrompere la relazione. Quando questo accade, quando  l’uomo violento realizza che la sua dittatura è terminata e la sua ormai ex donna è riuscita a risalire dai gironi dell’inferno della violenza in cui lui l’aveva trascinata, quando lui si rende conto che la donna si è riappropriata del suo naturale ed istintivo libero arbitrio che l’ha portata a scegliere di poter fare a meno di lui, è allora che l’uomo come in una sorta di terrificante reset, in un delirio di onnipotenza la sfregia con l’acido, le dà fuoco con l’alcol oppure la uccide pensando in tal modo di ristabilire l’ordine delle cose.

Una grottesca triangolazione in cui lei priva all’improvviso la coppia del “noi” che rappresentava l’impero esclusivo del tiranno violento e allora lui per questa privazione  cancella lei dalla faccia terra e spesso la segue suicidandosi e mettendo in atto l’omicidio-suicidio riparatore di tutto,  perché gli risulta impossibile qualsiasi forma di sopravvivenza che non si espliciti nella forma della coppia che avevano formato insieme. Dall’inizio del 2016 ad oggi sono già 55 le donne Vittime di femminicidio nel nostro paese. E’ questo il dato agghiacciante della violenza contro le donne in Italia. Ben 43 di questi omicidi sono avvenuti all’interno del nucleo familiare, tra questi 27 all’interno della coppia. Indignarsi non basta più. Abbiamo una legge specifica? E allora abbiamo soprattutto bisogno di certezza della pena e di giudici che non concedano né attenuanti né sconti di pena. E’ necessario che alla donna che trova il coraggio di denunciare siano garantite tutta una serie di tutele preventive che la salvaguardino dall’epilogo mortale. Abbiamo anche certamente bisogno di tracciare concreti percorsi di recupero degli uomini violenti, che vanno rieducati non soltanto condannati.

Ma la vera scommessa è quella di riuscire ad educare le generazioni del futuro ad una cultura del rispetto che valorizzi le differenze di genere,  insegnando i rischi della violenza fin dalla scuola primaria.

*Presidente Nazionale Dipartimento Difesa delle Vittime di Fratelli d’Italia/AN

Da La Spada di Damocle di giugno 2016

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