Strage di Bologna. Tra interessi nazionali e vincolo atlantico

di Valerio Cutonilli

Pubblichiamo un estratto del saggio di Valerio Cutonilli e Rosario Priore sulla Strage di Bologna, edito da Chiarelettere, con il sottotitolo: “La verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana”

Le scelte del premier Cossiga, tuttavia, sono dovute a ragioni più complesse. A ben vedere, infatti, L’Italia ha sempre cercato di evitare contrapposizioni frontali con Washington. Anche i governi di centrosinistra hanno rispettato i programmi della Nato, convinti che dalla valorizzazione del nostro ruolo nell’alleanza atlantica sarebbero derivati vantaggi per il paese. Significativa, in tal senso, è la posizione dello stesso Moro. In un appunto personale del marzo 1970, a pochi mesi dalla strage di piazza Fontana, l’allora ministro degli Esteri si duole per la scarsa attenzione degli Usa verso l’Europa.

A inizio del decennio, in effetti, la distensione con l’Urss e la guerra in Viet-Nam hanno indotto gli americani a privilegiare il teatro asiatico rispetto a quello europeo. La scelta di Washington non è gradita allo statista democristiano, consapevole della debolezza politica e militare dell’Italia. E’ forte il timore di dover rinunciare a quelle ambizioni di media potenza continentale che non possono prescindere dal supporto fattivo degli Usa. Emblematica, in tal senso, è la vicenda del trattato di non proliferazione nucleare, preteso dagli americani in nome della distensione. L’Italia lo sottoscrive nel 1969 ma lo ratificherà solo nel 1975.

Il ritardo non è dovuto a uno spirito bellicoso, poco consono alla storia italiana. Si teme, piuttosto, che l’adesione al Tnp possa relegarci in un ruolo di subalternità rispetto ai paesi alleati muniti di armi nucleari. Le nostre autorità, quindi, non sono affatto rallegrate dall’alleggerimento della presenza americana in Europa. Faranno di necessità virtù, cercandosi di ritagliare per compensazione un maggiore grado di autonomia nello scacchiere mediterraneo. L’esigenza di provvedere all’approviggionamento energetico, resa impellente dalla crisi economica, imprimerà un’ulteriore accelerazione a questo processo. Gli accordi di Helsinki del 1975, del resto, riducono ai minimi storici le tensioni tra Usa e Urss.

Per diversi anni, il margine di manovra concesso all’Italia è il massimo possibile. A partire dal 1979, tuttavia, le strategie americane mutano nuovamente. L’avvento di Khomeini in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan determinano uno scenario di crisi inedito inducendo gli Usa a riassumere la vecchia linea interventista. Dopo il lungo periodo della “solidarietà nazionale”, il nostro governo è richiamato all’ordine.

In pochi mesi, l’esecutivo Cossiga sarà coinvolto in iniziative diplomatiche e militari che segnano un’evidente discontinuità con gli orientamenti internazionali dell’ultimo decennio. Il cambio di rotta avviene in modo drastico e sembra provocare al nostro paese una crisi schizofrenica. Una dissociazione operativa che scaturisce dalla difficoltà di conciliare gli obblighi del vincolo atlantico con gli interessi economici coltivati nell’area mediterranea.

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