La socializzazione delle imprese della RSI

Di Gianluca Passera

La socializzazione, seguendo la tradizione precedente del lavoro che decide di se stesso come attore e non come comparsa o effetto collaterale del mercato, poneva tra i suoi obbiettivi principali, la partecipazione dei lavoratori ad una quota utili oltre al normale salario, ed inoltre dava tramite i consigli di gestione, la possibilità di controllare in consiglio di amministrazione i risultati della gestione aziendale; un po’ come oggi, dove i sindacati oltre ad incontri sterili con le varie proprietà, non avendo il lavoro nessuna possibilità di accedere direttamente alla documentazione sulla gestione aziendale non vanno.

Oggi le aziende in difficoltà, ufficializzano ai sindacati gli stati di crisi solo per aprire procedure di mobilità o cassa integrazione, per il resto sono tutte chiacchiere di corridoio e nessun vero rapporto istituzionale o giuridico permette al lavoro di capire il suo futuro.

Dicevamo la socializzazione, argomento nascosto e sussurrato in Italia, ma che ad esempio nel nord dell’Europa dibattendosi tra le spietate maglie del libero mercato, cerca di essere portato avanti, nel nostro paese avremmo potuto essere avanti anni luce sotto questo aspetto, ma la malafede e la lotta di classe hanno sbriciolato questo splendido progetto. Anche in questo caso i partiti nati dopo la guerra e il Comitato di liberazione nazionale si guardano bene però dall’assumersi le reali responsabilità di questo fallimento. Il decreto sulla socializzazione del 1944 precede la sua attuazione in molte aziende italiane nel 1945.

I Consigli di Gestione, strumento realizzativo della socializzazione, costituito su base elettiva da parte dei lavoratori all’interno delle aziende, vengono costituiti nel gennaio 45 in FIAT, Alfa Romeo, Mondadori, Falck, Rizzoli, al Corriere della Sera, alla Breda alla Olivetti e in tante altre aziende. Il progetto, nonostante la situazione tragica della guerra ormai persa procede, e proprio convinto che ormai nulla si potrebbe fare per raddrizzare i destini della guerra, Mussolini detta il 22 aprile del 1945 a Carlo Silvestri una lettera, che lo stesso dovrà far pervenire all’esecutivo del Partito socialista italiano. Nel testo della lettera viene riportata a chiare lettere la volontà del Duce di consegnare la socializzazione e la Repubblica Sociale ai socialisti e agli azionisti, coloro i quali avrebbero meglio di tutti potuto interpretare il valore di una legge del genere e portarla avanti. Nella lettera chiaramente Mussolini non fa questione sul futuro della sua persona, cerca solo di assicurare un passaggio di poteri il più indolore possibile cercando garanzie solo per gli aderenti alla R.S.I. e alle loro famiglie. La lettera e i tentativi di mediazione non arrivarono a buon fine, Silvestri consegnò la lettera ai responsabili del Partito socialista e del partito d’azione, Sandro Pertini e Riccardo Lombardi non la lessero neppure.

Le proposte di portare avanti la lotta al capitalismo tramite la socializzazione, fatte da Mussolini, non furono prese in considerazione. Anzi, il primissimo decreto del CLNAI in data 25 aprile sarà proprio quello riguardante l’abrogazione del decreto sulla socializzazione delle imprese della R.S.I., salvo tenere in piedi i Consigli di Gestione e rinominarli per poi perderli completamente nei mesi successivi, sacrificati e schiacciati dalla paura che diventassero nelle mani sbagliate dei veri e propri strumenti di controllo operaio sulla gestione aziendale. Perché una legge del genere, fu la prima in mezzo a tutto quel normale disordine ad essere abrogata non lo sapremo mai, però lo schema appare chiaro, come dal Re era stata eliminata tutta la struttura corporativa, il CLN eliminava ancora ogni residua speranza di avere una economia e un mercato umani e responsabili. Forse un giorno sapremo i motivi di tutto questo, quello che è certo è che la dittatura aveva provato per ben due volte a lottare con la legge contro il mercato e ci era anche riuscita nei fatti.

La democrazia successiva con uomini validi come il socialista Morandi fece un tentativo in tal senso, lo testimonia ad esempio l’art. 46 della nostra Costituzione, però a settanta anni di distanza rimane a tutt’ora lettera morta e inapplicata. Solo ora a distanza di così tanto tempo la CIGL per rilanciarsi ha proposto l’applicazione dell’art. 46, ma temo con intenti sbagliati. Verrebbe da dire: “meglio tardi che mai, benvenuti nel futuro”, ma saremo ancora in tempo a cambiare il quadro che il libero mercato ci ha dipinto? Speriamolo.

dalla Spada di Damocle – luglio/agosto 2016

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