Ultimo baluardo contro la mafia

di Marco Interdonato

“Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”: queste furono le dure, pesanti, lapidarie parole che il Commissario Ninni Cassarà, recandosi sul luogo dell’omicidio del collega Beppe Montana, disse a Paolo Borsellino; era il 28 luglio 1985: Cassarà verrà ucciso da Cosa Nostra pochi giorni dopo, il 6 agosto. Paolo Borsellino, come tutti sappiamo, verrà fatto saltare in aria in via d’Amelio, insieme a 5 uomini della sua scorta, 7 anni dopo, il 19 luglio 1992.

Borsellino, nel rievocare queste parole nella sua ultima intervista, rilasciata a Lamberto Sposini pochi giorni dopo la morte del giudice Falcone, collega ma prima di tutto amico di una vita, appare notevolmente scosso: si dice che il magistrato palermitano, in alcune conversazioni private, affermasse di sapere che il tritolo fosse già arrivato a Palermo per lui. Nonostante ciò, Borsellino continuò, incessantemente, il proprio lavoro di lotta alla mafia.

Il suo lavoro e la sua passione hanno origini profonde, radicate fin dall’adolescenza del magistrato di Palermo, che a 19 anni si iscrisse al Fronte Universitario d’Azione Nazionale, il movimento universitario del Movimento Sociale Italiano, venendo successivamente eletto nella lista Fanalino del FUAN a Palermo; il suo legame con il mondo universitario legato alla destra fu un puro, non legato ad ambizioni politiche o di lavoro, tant’è che, annualmente, e senza scorta, il magistrato palermitano si recava alle feste del FUAN a Palermo, facendo sentire quella vicinanza delle istituzioni che i giovani, ancora oggi cercano, e molto spesso non riescono a trovare.

Questo articolo, però, non ha alcuna intenzione di utilizzare Paolo Borsellino come una bandiera della destra italiana, similmente a certa sinistra che cerca di tirare dalla sua ogni grande personaggio della storia italiana: egli, infatti, svolse in modo straordinario il suo lavoro restando sempre estraneo a qualsiasi movimento politico. Quattro giorni prima dell’attentato di Capaci al giudice Falcone, suo amico di una vita, al Movimento Sociale Italiano, il giovane Gianfranco Fini diede indicazione di votare alle elezioni per la Presidenza della Repubblica proprio Borsellino, forse in un tentativo disperato di salvarlo dalla sua sorte, già segnata. A quelle elezioni, venne eletto Scalfaro, che durante i funerali di Borsellino venne letteralmente aggredito dalla folla, che al grido di “Fuori la mafia dallo Stato” sfondò la barriera composta da più di 4000 agenti.

La gente di Palermo, che in pochi anni aveva visto cadere Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Beppe Montana, il Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, vedeva nell’omicidio di Borsellino la fine dell’ultimo baluardo di lotta alla mafia: nell’aria vi era la netta sensazione che Borsellino, prima che dalla mafia, fosse stato ucciso dallo Stato stesso, che aveva abbandonato prima Falcone e poi lo stesso magistrato alla loro sorte.

Sono state scritte migliaia di pagine, istruite decine di fascicoli, svolte centinaia di inchieste giornalistiche a riguardo il legame fra lo Stato e la mafia: ormai è certo che Salvo Lima, esponente della DC ucciso, nel marzo 1992, era il trade union fra mafia palermitana e governo centrale, che faceva capo al Divo Giulio, ovverosia l’onorevole Andreotti, presente nelle istituzioni fin dalla Costituzione per arrivare alla nomina a senatore a vita proprio sotto la Presidenza Scalfaro. Il Moloch, come veniva chiamato, venne assolto dal procedimento a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa, ma solo per intervenuta prescrizione: la Corte d’Appello affermò infatti che Andreotti aveva commesso il fatto.

Ma il Divo Giulio non fu l’unico a sporcarsi le mani nella mafia: basti pensare al senatore dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ritenuto il collegamento fra Cosa Nostra ed il neonato movimento politico Forza Italia; documenti processuali affermano che egli fu la cerniera fra Silvio Berlusconi e le cosche mafiose che avrebbero drenato decine di migliaia di voti su Forza Italia.

Conscio di avere solo toccato molti aspetti controversi della nostra storia repubblicana, in modo da permettere a chiunque voglia di informarsi su quanto marcio vi sia, ahi noi, in Italia, voglio concludere questo articolo con il grido che tanti giovani scandirono dopo la stagione stragista, parole che personalmente ripeto ogni giorno, con la speranza di poter contribuire pure io, probabilmente solo in minima parte, a combattere quella montagna di merda quale è la mafia: “voi non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”.

 

Da La Spada di Damocle di Agosto 2016

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