Liberalizzazione delle droghe. Annosa questione con unica risposta: NO!

di Marco Interdonato

A cicli alterni, nel panorama politico italiano, torna in auge la discussione riguardo la liberalizzazione delle droghe leggere, bandiera ed elemento portante dei programmi politici, ex multis, del Partito Radicale; negli anni si sono svolte decine di raccolte firme, presentate proposte di legge, eseguite azioni dimostrative da parte, fra i tanti, di Marco Pannella e Pippo Civati che, canna in mano, esprimevano il loro dissenso contro i vecchi bacchettoni che al giorno d’oggi ancora si rifiutano di rendere legale il commercio delle droghe leggere.

Partendo dal dato normativo, oggi la legge in vigore è la Iervolino-Vassalli, dopo la sentenza di incostituzionalità della Fini-Giovanardi (invero dichiarata incostituzionale per le forzature legali con cui fu approvata, essendo un decreto originariamente destinato al finanziamento delle Olimpiadi invernali di Torino, più per il contenuto dello stesso nel quale la sentenza non si esprime), modificata ed aggiornata in ultimo da un decreto legge del 2014, che reintroduce la distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti, abolito dalla stessa Fini-Giovanardi.

I sostenitori della legalizzazione affermano innanzitutto gli enormi benefici che porterebbe il commercio sotto monopolio statale all’Erario: a fronte di un millantato gettito fiscale di 8 miliardi di euro ed un risparmio di 2 miliardi di euro in materia di pubblica sicurezza, il Dipartimento Antidroga di Palazzo Chigi risponde che creare un apparato statale ben strutturato, di alto livello tecnologico, atto a gestire adeguatamente la produzione e lo smercio legali, si tradurrebbe di fatto nel sostenere costi esorbitanti da parte dello Stato e, quindi, dell’intera collettività”; in pratica, lo Stato e la collettività avrebbero solo perdite da una legalizzazione.

La seconda tesi, portata agli onori delle cronache da Roberto Saviano, è quella per cui la legalizzazione toglierebbe alle mafie il controllo dello spaccio, e ciò contribuirebbe ad una decimazione dei loro ricavi: ciò non solo è estremamente populistico, ma anche eccessivamente errato per una moltitudine di motivi; innanzitutto si verrebbe comunque a creare un mercato di contrabbando parallelo, destinato proprio alle fasce più deboli della società, fra cui i minorenni che non potrebbero acquistare legalmente la marijuana. Inoltre, ad esempio, i professionisti di sicuro non potrebbero recarsi in una farmacia ad acquistare della droga, sia essa definita leggera, anche solo semplicemente per non ledere la propria fama e la propria reputazione professionale: immagini il lettore cosa potrebbe pensare se incontrasse un magistrato, un avvocato od un medico in farmacia mentre acquista della marijuana; chi scrive, personalmente, si rifiuterebbe di farsi assistere da quell’avvocato, o di farsi operare da quel chirurgo.

Inoltre, qualora la produzione di droghe leggere non fosse in mano allo Stato, ma come per la produzione di sigarette in mano ad alcune multinazionali, chi ci assicura che la mafia largamente intesa non avrebbe i suoi tentacoli all’interno di queste: per chi ha un minimo di conoscenza di economia non sarà difficile immaginare come sia estremamente semplice aprire un’azienda, quotarla in Borsa, acquistare qualche migliaio di azioni di una di queste multinazionali e quindi partecipare, in modo anche rilevante, dei ricavi. Ormai è noto, infatti, che la mafia non è più coppola e lupara, ma anzi è una delle organizzazioni economiche mondiali più sviluppate, basate non più sulle bombe quanto piuttosto su una estrema scolarizzazione dei propri adepti che vengono mandati da Palermo, Catania, Reggio Calabria e Napoli a studiare nelle migliori Università del Nord Italia, in modo tale da avere quella cultura economica e giuridica per sviluppare ed ampliare quella che viene chiamata Azienda Mafia.

A chi invece si riempie la bocca parlando di benefici per la salute, basta rispondere in modo categorico: l’utilizzo per scopi terapeutici è giù previsto ed attuato in Italia, come ad esempio in Puglia, dove medicinali a base di marijuana sono a carico del Servizio Sanitario Regionale e possono essere prescritti da un medico specialista in neurologia, oncologia o preposto al trattamento della terapia del dolore cronico e acuto, qualora altri farmaci disponibili si siano dimostrati inefficaci o inadeguati al bisogno terapeutico; inoltre, nel settembre 2014, Ministero della Difesa e della Salute hanno autorizzato la coltivazione ad uso medico in uno stabilimento chimico-militare dell’Esercito in Toscana.

Recenti studi, infine, dimostrano quanto sarebbe dannosa una eventuale liberalizzazione, che porterebbe ad un notevole aumento di consumatori, con conseguenze sociali abbastanza ovvie, ed un conseguenziale aumento di costi economici, ma anche sociali, per la collettività e lo Stato; concludo questo contributo, ribadendo il mio secco NO, con le parole di un grande magistrato italiano, Paolo Borsellino, che già più di 20 anni fa confutava le tesi favorevoli al tema oggi analizzato: “mi sembra che sia da dilettanti di criminologia pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbero queste unghia all’artiglio della mafia […]; la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino”.

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