Corpo del Duce: da Piazzale Loreto a Predappio

di Marika Poletti

Una moltitudine festante. Una piazza. Tutti attratti dalla forza centripeta esercitata da un unico uomo.

Piazzale Loreto come Piazza Venezia.

Della storia di Benito Mussolini in vita sappiamo molto, non sempre la verità ma le vicende che ne descrissero l’esistenza sono conosciute anche perché, per oltre due decenni, riassunsero la nostra storia nazionale. Ciò che accadde invece ai suoi resti dopo la morte è noto a pochi e resta uno dei casi più ricchi di peripezie dal dopoguerra ad oggi, un susseguirsi di avvenimenti da cui i tanti programmi televisivi che attualmente si occupano di cronaca trarrebbero materiale per decine di puntate.

Un passaggio, ad essere onesti, è noto a tutti: Piazzale Loreto, appunto. L’immagine di Mussolini impiccato per i piedi a Milano il 29 aprile 1945 è parte dell’immaginario collettivo perché ne parlano i libri di storia, tutti i documentari, anche i più superficiali, e ne parla la politica quando individua in questo passaggio un laico battesimo della Repubblica italiana che affonda le proprie radici nell’antifascismo. Un blasfemo simulacro.

La gara ad osannarlo divenne furia iconoclasta che si trasformò in un macello a cielo aperto, tra sputi, calci, insulti e deliziose quanto eleganti canzonette tirate fuori solo all’ombra del corpo senza vita. Tra queste, una filastrocca cantata: “Se Donna Rosa per divina luce | la sera in cui fu concepito il Duce | avesse offerto al fabbro predappiano | invece che il davanti, il deretano | l’avrebbe preso dietro quella sera |ma solo lei e non l’Italia intera.”. Tutto ciò dinnanzi allo spettacolo della morte, ma non la morte omaggiata, la morte sacra di chi sostiene un “viva la muerte” od un più italiano “chi è morto per la Patria è vissuto assai”. No, questa è una scenografia funeraria che l’antifascismo ben conosce anche oltre i nostri confini: in Spagna, infatti, durante la guerra civile i repubblicani spagnoli erano avvezzi ad esporre i corpi dei nemici, riesumandoli all’occorrenza, perché, si sa, il corpo morto esposto esprime tutta la sua corruttibilità. A livello psichiatrico potremmo tranquillamente parlare di necrofilia latente quando non addirittura palese.

I cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e dei gerarchi furono ammucchiati nella piazza, messi a disposizione dei primi avventori che vollero destinar loro calci e sputi; successivamente appesi a testa in giù nell’immagine che noi tutti abbiamo in mente e poi di nuovo in balia della folla. Una donna sparò sulla salma di Mussolini, altri lo presero a calci. Con una parte della materia cerebrale che usciva dal cranio, il suo cadavere fu messo addosso a quello della Petacci, simulando un amplesso.

Questo genere di azioni possono avere innumerevoli significati e dei sociologi delle masse ne diedero qualche lettura: il vilipendio, la bulimia visiva, l’agonia di poter arrivare ad un totem, il voler dimostrare che il corpo del Duce non aveva nulla di straordinario e che fosse effettivamente morto -per evitare eventuali future mitizzazioni. O forse, senza tante litanie sociologiche, si tratta unicamente di degradazione animalesca.

Nei giorni successivi nelle edicole di Milano si poterono acquistare le foto di questa grottesca celebrazione della morte, fino a quando, dopo due settimane, il Prefetto ne proibì la vendita. Ben altro spettacolo si poteva scorgere pressoché in contemporanea in altri Stati. In Germania, per esempio, dopo la morte di Hitler in molte case furono apposte bandiere a lutto, nelle edicole e locali pubblici esposti i ritratti del Fuhrer adorni di fiori e nei dintorni di Dresda un gruppo di giovani in divisa salirono sul campanile di una chiesa e suonarono un requiem wagneriano per l’ascesa di Hitler al Walhalla. Più mortificante ancora quanto accadde negli USA dove i principali giornali americani uscirono riportando in prima pagina l’immagine del macello di Piazzale Loreto ed una foto di Roosevelt, morto da poco, con il titolo “Le civiltà italiane e d’America”, indugiando sulla vacuità esistenziale dei nostri connazionali.

Piazzale Loreto, come si diceva, è il passaggio più conosciuto in assoluto della vicenda attinente al corpo del Duce ma non l’ultimo. Dopo lo scempio, i cadaveri furono sottoposti ad una sommaria autopsia, posta in essere in un Istituto di Medicina legale dell’Università di Milano praticamente sotto assedio da parte dei giornalisti, gente comune, partigiani. Vicenda a parte e particolare fu quella che coinvolse il cervello di Mussolini: alcune porzioni furono estratte per essere analizzate sia dal Dott. Gildo Bianchi che da alcuni studiosi americani del Armed Forces Institute of Pathology, interessati a scoprire la presenza di eventuali patologie che andassero a giustificare la “pazzia” del Duce. Patologie non riscontrate. Entrambi i campioni furono consegnati alla famiglia, rispettivamente nel ’57 e nel ’66. Andata perduta, invece, la parte tenuta in consegna al St. Elizabeths Hospital di Washington, probabilmente oggetto di una tentata vendita su e-bay nel 2009, immediatamente ritirata.

La prima vera sepoltura dei cadaveri appesi a Piazzale Loreto avvenne presso il cimitero di Musocco, a Milano, in bare individuali ma anonime. Com’è facile intuire, la locazione fu il classico esempio di segreto di Pulcinella, tanto che un gruppo di partigiani poco più di un mese dopo la sepoltura inscenò una festa sulla terra battuta sopra le bare, ballando al suono della fisarmonica e lasciandosi andare ad ogni forma di sconcezza possibile come, per esempio, quella di una donna che, dimostrando cosa intendesse per femminilità, dinnanzi a tutti urinò sulle tombe nel plauso generale dei presenti.

Le salme riposarono non molto tranquillamente sino alla notte tra il 22 ed il 23 aprile del 1946 quando un manipolo di neofascisti autoproclamatosi “SAM” (Squadre d’Azione Mussolini) trafugò il corpo, inscenando nottetempo un vero e proprio corteo funebre. Data simbolica, questa, volendo significare una sorta di Pasqua di resurrezione anche per il Fascismo ed il suo ideatore e capo indiscusso. Il crocevia clandestino della salma durò un centinaio di giorni, durante i quali la cassa che conteneva il corpo fu portata in vari posti, dalla casa in montagna di uno dei trafugatori al Convento francescano Sant’Angelo di Milano. Ben più interessante fu la reazione del popolo italiano: per questo lungo periodo le vicende del corpo di Mussolini riempirono le prime pagine dei giornali e da tutta la nazione si inanellavano segnalazioni, dimostrando che aveva più vitalità questo cadavere che tutti gli altri vivi messi assieme. Il potere mitopoietico del Duce presso gli italiani era rimasta intatto dimostrando che i timori degli antifascisti erano assolutamente fondati.

Quando le autorità trovarono il corpo di Mussolini, decisero per una mediazione tra le diverse istanze: ne disposero cristiana sepoltura ma in un posto ignoto anche ai familiari per evitare che tale luogo divenisse meta di un perenne pellegrinaggio da tutt’Italia. Così la salma rimase sepolta nel Convento dei Cappuccini di Cerro Maggiore dal ’46 al ’57, anno in cui le innumerevoli istanze presentate dalla vedova, Donna Rachele, trovarono accoglimento.

Così, come desiderio della famiglia e di Mussolini stesso, il 1 settembre del 1957 il corpo fu restituito alla sua terra natìa e sepolto presso la cripta di famiglia nel Cimitero monumentale di Predappio, dove ancora si trova, visitato da decine di migliaia di persone ogni anno, anche a distanza di molti decenni. Che piaccia o meno, questa non solo è storia ma cronaca quotidiana.

“Sarei grandemente ingenuo se chiedessi di essere lasciato in pace dopo morto. Attorno alle tombe dei capi di quelle grandi trasformazioni, che si chiamano rivoluzioni, non può essere pace; ma tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato.

Mentre il mio spirito, ormai liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale e universale di Dio.

Non ho che un desiderio: quello di essere sepolto accanto ai miei nel Cimitero di San Cassiano.”

Benito Mussolini

Perché proprio Piazzale Loreto?

Secondo quanto ci viene riportato dai libri di storia su cui tutti noi abbiamo studiato, Piazzale Loreto fu scelta per una forma di vendetta rispetto all’uccisione di 15 partigiani proprio in questo luogo il 10 agosto del 1944, quasi a voler lavare con il sangue del capo del Fascismo queste morti.

Purtroppo nessuno di questi libri ci racconta l’antefatto, la causa che portò a questa esecuzione.

Dobbiamo tornare all’8 luglio del ’44, giorno in cui una bomba posta in un camioncino tedesco esplose uccidendo molte donne e bambini. Questa tipologia di vittime era facilmente immaginabile considerato che la camionetta non era equipaggiata da guerra o per rastrellamenti: semplicemente tutti i giorni si recava a Piazzale Loreto per distribuire gratuitamente il latte ai bisognosi.

Da qui scattò la rappresaglia che portò all’esecuzione del ben noto gruppo di partigiani.

Del resto, come ben descritto da Mario Spataro in “Rappresaglia”, questo strumento non era un effetto delle azioni antifasciste ma spesso l’obiettivo primario e considerato strategicamente positivo per alzare i livelli di tensione. Non serviva nemmeno essere fini strateghi per accorgersene tanto che un semplice parroco di paese, Don Giuseppe Amateis, dal pulpito accusò apertamente i partigiani di taglieggiare la popolazione esponendola alle rappresaglie. Non credo sia difficilmente immaginabile la fine che fece il parroco: di lì a poco fu preso in consegna da un gruppo di antifascisti ed ucciso a colpi d’ascia.

Perché i partigiani avrebbero dovuto costituirsi e fermare così la spirale del terrore? Non era nei loro interessi come dimostrato dalla strage di via Rasella -che portò al ben più noto eccidio delle Fosse Ardeatine- il cui responsabile materiale, il partigiano Rosario Bentivegna, dichiarò che il partito gli impose di non costituirsi (anche se erano stati affissi dei manifesti in cui i tedeschi chiedevano agli autori di farlo, come testimoniato dallo stesso Bentivegna nel 1996) o come ben dichiarato dallo stesso Amendola che, discutendo con Calamandrei, disse che “dovevamo conservare le nostre vite per proseguire la lotta”. Dovevano restare in vita, detta in altri termini, per continuare la loro azione che ha contribuito a macchiare di morte il suolo d’Italia e spargere sangue tra connazionali.

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