Primarie PD: per chi voleva un Segretario di sinistra…

di M. I.

“Lo ripeto anche qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica.”: così diceva Matteo Renzi, il riconfermato segretario del Partito Democratico, il 20 gennaio 2016 nell’aula del Senato, dopo la seconda deliberazione del ddl costituzionale poi bocciato dal 60% degli elettori il 4 dicembre 2016; un anno e mezzo dopo questa dichiarazione, invero non isolata ma seguita da molte altre di analogo tenore, e 4 mesi dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale, Renzi si riafferma alla guida del partito di Governo e di conseguenza, con un facile sillogismo, è lapalissiano rilevare che la sua esperienza politica, ahi noi, ancora non si è conclusa.

 

Va detto che fin dall’inizio non c’è stata storia in queste primarie, con Matteo Renzi che assolutamente non si è ridimensionato dopo la battuta d’arresto del 4 dicembre, da una parte, ed Orlando ed Emiliano dall’altra; Renzi non si è ridimensionato per varie ragioni: la prima è che il suo consenso è nettamente cresciuto all’interno degli elettori PD, non essendoci più la figura forte di Bersani in grado di muovere la sinistra del partito verso un altro candidato; in questo modo, avallando la rottura con MDP, Renzi in pratica ha consolidato il suo consenso nel partito, rendendo un plebiscito questa consultazione. L’ex sindaco di Firenze, inoltre, può contare anche a livello europeo sulla figura di Macron, a lui molto vicino come modo di porsi e nella gestione della propria carriera politica; in pratica, Renzi, può affermare senza remore che il suo modus operandi è quello giusto e che ormai non si può essere ancorati ai valori della sinistra del PCI e dei DS, sebbene ogni tanto, durante qualche comizio, li tiri fuori come un mantra per fare l’occhiolino all’elettorato più anziano che ancora vota PD.

 

Il secondo candidato era Orlando, ministro della Giustizia del governo attuale; invero, il candidato, facente parte della corrente dei Giovani Turchi, fin da governo Renzi aveva ricoperto il ruolo di Guardasigilli: questa appartenenza ai due governi fotocopia ovviamente non ha giovato allo spezzino nella corsa alla segreteria PD, tacciato di avere votato, senza se e senza ma, tutti i provvedimenti del governo, salvo ora criticare in modo anche aspro Renzi. Infine, ultimo arrivato, Michele Emiliano: governatore della regione Puglia, magistrato in aspettativa, fin da subito si è messo contro il riconfermato segretario, prima proponendo il referendum abrogativo di aprile contro le trivelle e poi schierandosi apertamente per il NO alla riforma costituzionale; Emiliano paga lo scotto di avere tentato la rottura dal PD subito dopo l’esito del referendum, seguendo Speranza e Rossi, salvo poi rimangiarsi tutto per combattere Renzi dall’interno; ma ciò non è tutto: il governatore è molto conosciuto al Sud Italia (nella sua Puglia ha vinto con il 65% dei voti) ma quasi completamente sconosciuto al Nord, se non per questi ultimi due mesi di vetrina nella scalata alla segreteria PD, e ciò sicuramente non ha giocato a suo favore.

 

In termini numerici, hanno votato poco meno di 2 milioni di persone: innanzitutto, bisogna specificare che hanno potuto partecipare anche ragazzi dai 16 anni in su, che quindi non costituiscono corpo elettorale, e cittadini di altri Stati; espressione di democrazia per gli organizzatori, ma ciò non toglie che questo non è, se non in parte, il corpo elettorale del PD; dalla dirigenza del partito parlano di dato soddisfacente e di giornata con un clima straordinario e di partecipazione, che però è inferiore di 1 milione e mezzo di voti rispetto alle primarie del 2007 che incoronarono Veltroni come primo segretario PD, che in termini percentuali significa un calo del 43%, ed inferiore di circa 800 mila voti rispetto alle ultime primarie. A quella consultazione Renzi, dato per outsider, prese il 67% dei voti, ora il 71%: in termini assoluti, però, il segretario PD perde 435 mila voti netti; è un dato interessante su cui si dovrebbe riflettere.

 

Un altro dato molto importante è il plebiscito che Renzi ha avuto nelle regioni notoriamente rosse, che in termini percentuali arriva anche all’80% dei consensi: solo le prossime elezioni politiche ci potranno dire quanto effettivamente il MDP di Speranza e Bersani riuscirà ad attecchire in queste regioni, però per il momento mi rifiuto di credere che tutti gli ex comunisti si siano convertiti al renzismo; probabilmente, nelle regioni rosse, il nuovo movimento a sinistra è riuscito a fare presa e quindi hanno votato alle primarie quasi unicamente solo i renziani.

 

Renzi, subito dopo la vittoria, ha parlato di responsabilità ed umiltà nella guida del partito del Paese, qualità quest’ultima che il fiorentino mai ha avuto e sembra strano che riuscirà ad acquisirla ora; ha affermato di volere cambiare l’Europa dal basso, quando per 3 anni si è sempre prostrato ai dettami dell’establishment europeo; ha inoltre detto che questo non è un partito personale, ma composto da donne e uomini che credono nel PD: e infatti come si potrebbe mai definire personale un partito dove c’è un uomo solo al comando e dove continuano a fuoriuscire componenti per il pressocché inesistente confronto politico? Il reuccio poi conclude il suo intervento sciorinando i successi del suo governo, dice al popolo del PD che il Jobs Act è un provvedimento di sinistra perché crea posti di lavoro e che il governo Gentiloni non è a termine; e sarebbe strano il contrario, visto che è cambiato il premier ma non la squadra di governo…

 

Orlando, invece, dal canto suo, non si capisce cosa voglia fare: presumibilmente resterà nella minoranza del partito per il quieto vivere; si limita a dire in conferenza stampa che si rileva un calo di partecipazione nelle regioni del centro nord, auspica che si vada al voto a scadenza naturale e chiede alla  nuova segreteria che non ci sia egemonia ma condivisione: il guardasigilli domanda, ma credo sia abbastanza difficile che il suo appello verrà ascoltato e soprattutto accolto.

 

Renzi, insomma, si è capito, ha vinto le primarie: ma le ha vinte portando avanti valori liberali, molto lontani dalla sinistra sociale che il PD, che si definisce erede del PCI, dovrebbe incarnare; Renzi rivendica, come accennato sopra, il successo del Jobs Act, senza però soffermarsi sugli enormi costi sociali che esso ha comportato, e soprattutto si azzarda a dire che è una politica di sinistra: e credo che Berlinguer abbia avuto un sussulto a Prima Porta sentendo queste parole aberranti.

 

Io, personalmente, ho sognato un PD di sinistra, ancorato a quei valori sociali che, in modalità diversa, la destra sociale porta avanti da decenni e su cui, tendenzialmente, nessuno mai ha messo in dubbio tale condivisione; e invece il PD è nuovamente guidato da una brutta copia dei peggiori democristiani. Una cosa è certa per il momento: se la situazione politica a destra resterà quella odierna, avremo nuovamente al governo del Paese, questa volta per 5 anni, Renzi, che piaccia o non piaccia è l’unico leader italiano che oggi ancora riesce a fare presa su moltissimi italiani.

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