Merlin, una legge stupida

di Marika Poletti

Quando si pensa all’esempio di una legge, come si suol dire, fatta con i piedi, la mente può andare a coglierne l’esempio nella Merlin.

Passa sotto questo nome la legge 20 febbraio 1958, n. 75 fortemente voluta dalla sua prima firmataria, la Senatrice Lina Merlin, ex partigiana, maestra e socialista, della cui vita politica si ricorda solo la battaglia per la chiusura delle case di tolleranza.

Legge fortemente ideologica, questa, che pretendeva di cancellare con un tratto di penna la prostituzione ma che, invece, di questo fenomeno ne ha solo ingigantito i problemi.

Il giurista Francesco Antolisei non stentò a prendere proprio la Merlin come modello per come le leggi penali non devono essere scritte: grossolana, senza principio di gradualità, piena di lacune e con moltissimi aspetti potenzialmente controproducenti rispetto alle medesime finalità che la Senatrice si era posta. Noto, sotto quest’ultimo punto di vista, è il caso di un padre di famiglia condannato per favoreggiamento della prostituzione per aver dato ad una prostituta una somma di denaro in cambio della promessa di andare ad esercitare la propria professione in un’altra città con il dichiarato intento di liberare il proprio figlio dalla relazione morbosa che con la donna aveva instaurato.

Il dibattito sulla legge Merlin fu animato e vide tra i principali oppositori personaggi quali Indro Montanelli e Gianfranco Venè. Mentre il fondatore de Il Giornale nel 1958 pubblicò un libello intitolato “Addio, Wanda!” nel quale provocatoriamente scrisse: “In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia.”, Venè arrivò a dire che quello delle case chiuse “era un utile servizio pubblico, apprezzato dalle mogli, per placare gli eccessivi bollori dei mariti, tenere lontano le amanti, preservare l’unità familiare, collaudare la maturità fisica dei figli”. Se sull’ultimo concetto possiamo anche essere d’accordo – quante generazioni di neo maggiorenni hanno avuto la loro iniziazione al rapporto amoroso senza subire il potenziale trauma di una compagna più esperta o vivere nell’inibizione del neofita? -, non saprei quante donne possano essersi considerate soddisfatte delle ore dedicate dai loro mariti tra vestaglie trasparenti e maitresse… ma, si sa, quelli erano altri tempi e le signore all’epoca non avevano ancora potuto deliziarsi dell’eventualità di essere cornificate dal proprio stagionato uomo che, con fervore da allupato, rovescia quotidianamente ore nel setacciare il web alla ricerca di donne più o meno disponibili. Più o meno donne, insomma.

Anche il filosofo Benedetto Croce si schierò contro l’entrata in vigore di questa legge, nella piena convinzione che le case di tolleranza fossero il minore dei mali: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male.” furono le sue esatte parole.

E qui, in effetti, sta il paradosso dell’assurdo logico espresso dalla legge dell’ex maestra antifascista: la prostituzione è lecita in quando, in sé, non costituisce reato, ma penalmente rilevanti sono i comportamenti a corollario, come per esempio l’adescamento.

Con l’entrata in vigore della Merlin si ebbe una vera e propria diaspora delle prostitute che dai saloni delle case di tolleranza si riversarono nelle strade e nei vicoli delle città, sotto gli occhi di tutti, bambini curiosi e criminali protettori compresi.

Così assistiamo impotenti all’indecoroso spettacolo del sesso a buon prezzo take away, alla sporcizia che ogni mattina imbratta le strade dove questa attività, privata di lustrini e boa di piume, ha luogo ed apprendiamo di un sempre più fiorente business della prostituzione legata all’immigrazione clandestina, fenomeno che prima della Merlin era sconosciuto.

Il concetto di “schiave del sesso”, infatti, è relativamente recente, esattamente da quando lo Stato ha abdicato ad ogni forma di controllo e lasciato quest’attività nelle mani della criminalità organizzata nostrana, della compravendita di corpi nei vari centri massaggi gestiti da stranieri e dall’imprudenza di donne che si improvvisano meretrici in buchi presi in affitto senza alcuna forma di controllo, né di incolumità fisica per lei né di salute per il cliente.

Con buona pace delle femministe alla Merlin, degli antifascisti moralisti e dei moralisti senza esser antifascisti, si deve affrontare una rivoluzione copernicana, rendendo la prostituzione proibita salvo deroghe. Si legga: al di fuori della regolamentazione che ci si dà sul piano normativo, la pratica può essere perseguita.

Le soluzioni concrete devono essere valutate in combinato tra politica e forze dell’ordine ma a questo fenomeno si deve dare una risposta seria e definitiva.

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