Tra diritti umani (pochi) e fede islamica

di Gianni Stoppani

Pochi lo sanno, ma esiste una vera e propria “Dichiarazione Islamica dei Diritti Umani”. Il libello, che venne pomposamente sottoscritto sabato 19 settembre 1981 presso la sede dell’UNESCO a Parigi contiene un ambizioso proclama, almeno secondo i firmatari dell’epoca: sostanzialmente si tratta della versione riveduta e corretta in chiave islamica della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, la cui stesura si rese necessaria per il semplice fatto che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che così spesso viene chiamata in causa da parte degli strenui difensori dell’invasione alluvionale, cui il PD e i suoi compagni di merende hanno sottoposto l’Italia, e che proprio in quanto “Universale” dovrebbe essere sottoscritta, diffusa e rispettata da tutti i paesi senza distinzione di sorta, razza o religione, non risultava invece assolutamente compatibile con la concezione della persona e della comunità propria dell’Islam.

In particolare venne contestato che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo rappresentava “una interpretazione laica della tradizione giudaico-cristiana” che non avrebbe potuto essere attuata dai musulmani senza violare la legge dell’Islam, come ebbe a dire il rappresentante iraniano nel corso del suo intervento.

All’epoca a livello internazionale si diede sostanzialmente poco peso alla cosa, preferendo da parte occidentale descrivere la dichiarazione complessiva come un grande passo comunque compiuto verso la civiltà e la modernità, fatto da tutti i paesi arabi ed islamici in generale, nella speranzosa convinzione –che peraltro a fronte di orribili e continuate stragi portati alla nostra civiltà  regolarmente compiute da terroristi musulmani, continua come tale ad essere propagandata da una certa parte politica –  ben presto gli imprescindibili valori di pace, rispetto reciproco e tolleranza ecc. ecc., insomma in una parola i concetti cui tanto piace riempirsi bocca e spazio vuoto tra le orecchie da parte dei buonisti occidentali così “politically correct”, influenzassero positivamente anche gli musulmani, che non avrebbero potuto fare a meno di intraprendere la via del progresso e della pace mondiale.

Infatti, da lì a 15 giorni il leader riconosciuto del mondo arabo che con l’occidente dialogava, Anwar al-Sadat, sarebbe stato ucciso in un attentato compiuto da Khalid al-Islambuli, un gruppo che all’epoca faceva parte dell’organizzazione terroristica della Jihad islamica egiziana, braccio armato dei Fratelli Musulmani; l’anno dopo invece Israele, stanca delle continue provocazioni di Arafat e dell’OLP invase il Libano, e la dichiarazione e i suoi sottesi e speranzosi significati vennero ben presto dimenticati.

Peraltro non rimase la sola versione della Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, dato che durante la 19a Conferenza Islamica dei Ministri degli Esteri, che si svolse al Cairo dal 31 luglio al 5 agosto 1990, venne proclamata una nuova Dichiarazione dei Diritti Umani dell’Islam. Stavolta un testo assai più corto del precedente, composto di soli 25 articoli più un breve preambolo e che di fatto rigetta  l’esistenza della Dichiarazione di Parigi, e nella quale si recita infatti che si “Riconosce l’importanza dell’emettere un Documento sui Diritti Umani nell’Islam che serva come guida per gli Stati membri in tutti gli aspetti della vita”, semplicemente dimenticando che ne esisteva uno precedente, e ben più solenne di quello firmato da un gruppo di ministri degli esteri musulmani.

L’ONU preferì, al solito, fare finta di nulla e glissare su quello che di fatto era un sostanziale ripudio delle idee sottoscritte in precedenza e dei relativi accordi. Per carità di patria risparmiamo ai lettori l’enunciazione dettagliata dei 25, infausti articoli. A parte essere scritto nell’irritante maniera musulmana, ove si ritiene doveroso ad ogni capoverso e piè sospinto rendere lode a colui che tutto può, chiaramente in versione coranica, l’enunciato nel suo complesso altro non è che un riassunto per sommi capi di quanto prevede per l’appunto il Corano, da cui per esplicita dichiarazione discende ogni tipo di legge, diritti e doveri del musulmano. Non del cittadino, si badi bene. E finché si rimane nella falsariga dei dettami coranici per tale dichiarazione non vi sono problemi, i “diritti universali” si perdono prontamente quando non ci si attiene ad essi, con tutto quel che ne consegue. In buona sostanza, e come facilmente comprensibile anche da parte dei cerberi più lapidei, si tratta di un riassunto di quanto già noto, con la sostanziale differenza che non ad un precetto laico ed universale ci si rifà, ma ad un libro sacro.

In pratica sarebbe come dire che se non si rispetta un precetto di un libro religioso, e si decide di vivere in maniera diversa – all’occidentale, supponiamo- si perdono i propri diritti.

E di fronte a padri pakistani o marocchini che prendono a cinghiate la figlia perché porta i jeans quale è la novità, direte? Lo sapevamo già!

Certo, certo. Ma però, e qui sta il punto, questi precetti venivano PER LA PRIMA volta trasportati di peso in un documento laico, e politico, cui si pretendeva fare avere non solo valenza internazionale, ma legislativa enucleandolo nella forma – ma non nella sostanza- dal corano e che in quanto tale doveva valere nei confronti di altri paesi per l’accettazione di leggi e pratiche – ossia la sharia- che venivano così a potere pretendere per gli estensori musulmani della “Dichiarazione” dignità uguale ai codici civili e penali occidentali, una trappola in cui purtroppo è caduta in pieno la Gran Bretagna, e su cui ritorneremo.

Ma da queste poche considerazioni discende anche un altro, a nostro modesto avviso, assunto: ossia che partendo da tali presupposto i valori occidentali in quanto tali non potranno quindi mai essere fatti propri dai musulmani, quand’anche si tratti di musulmani di seconda o terza generazione e che però regolarmente, nel vederli protagonisti di atti di terrorismo magari spicciolo, trovano soloni pronti a declamare che “sono francesi”, “sono tedeschi” o spagnoli, o tibetani, o qualsivoglia sia il passaporto che in quel momento hanno in tasca.

O che altrettanto regolarmente sembrano dimenticare sui cruscotti e sedili delle auto che usano tali documenti, ma questo è un altro discorso…

Per rifarsi ad accadimenti recenti da tutto ciò discende che molto semplicemente, dato il substrato culturale in cui era cresciuto, il terrorista di nazionalità italo-marocchina che si è reso protagonista recente degli omicidi di Londra NON E’ italiano. Aveva sì la cittadinanza italiana, ma non era italiano. Differenza semantica sostanziale. E come lui erano “alieni con cittadinanza” tutti gli altri nati e cresciuti in Europa o negli USA e che ad un certo punto hanno deciso di ammazzare chi gli capitava a tiro.

Foto scattata a Londra. Il cartello recita: “tagliare la testa a chi insulta l’Islam”

Se le parole talvolta sono pietre, questa è una distinzione fondamentale. E come tale dovrebbe entrare nel linguaggio comune, perlomeno da parte di chi ormai ha ben compreso quale pericolo rappresenti l’importazione incontrollata degli immigrati illegali e soprattutto il meticciato.

E quando diciamo che non è italiano non ci riferiamo ai valori propugnati da decenni dalla sola destra italiana. Ci riferiamo a qualcosa di assai più prosaico, che può essere – crediamo- condiviso anche da chi di destra non è ma che quantomeno abbia eletto un sano buon senso a luce di via del proprio percorso. Ossia ai valori che ormai permeano tutta la nostra civiltà, che consentono – anche se talora difettano- ad una ragazza di andare in spiaggia in bikini, se vuole, senza il rischio di essere lapidata.

O ad un gruppo di amici di farsi un pic-nic con qualche salsiccia e due birre senza venire assaliti da orme ululanti -e sia chiaro che non ci riferiamo ai vegani, per quanto fastidiosi. O di ascoltare musica che non siano fastidiose litanie di meuzzin stonati. O soltanto far giocare a calcio un bambino.

Perché sono proprio i valori occidentali, universali ed oggettivi e che abbiamo citato in apertura che questa gente rigetta. Ossia i c.d. “diritti umani”, quelli che piacciono tanto a certa sinistra liberal multicolore che dai tempi infelici della Presidenza Carter di essi si riempie puntualmente la bocca, e che con pindarici voli citano sempre per giustificare accoglienze di massa di allogeni o pubbliche spese folli per il loro mantenimento, nella convinzione di guadagnarsi un posto nel paradiso dei politicamente corretti dato che “salvandone uno salvi il mondo intero”, magari però non accorgendosi nel frattempo della vecchietta vicina di casa che non ce la fa ad arrivare a fine mese e rubacchia al supermercato per campare.  La differenza però tra le due concezioni dei diritti umani, e in conseguenza ed ultima analisi del posto dell’uomo nel mondo e il suo rapportarsi con la società e gli altri esseri umani, è sempre più inconciliabile.

Da ciò consegue qualche valutazione, se vogliamo assai semplice, anche se come amava affermare John “40 seconds” Boyd (lasciamo ai volenterosi scoprire chi fosse), è talvolta proprio dalle considerazioni semplici ed in grado di essere capite da tutti che nascono i veri cambiamenti: è in definitiva impossibile accettare che la legge islamica prevalga sulle leggi nazionali –come disgraziatamente, ripetiamo, si è permesso che accadesse in una Gran Bretagna colpita al cuore da troppi governi di sinistra, creando vere e proprie zone franche in cui viene applicata la legge coranica – e si rende necessaria un opera di educazione civile che prevalga sulle rozze considerazioni di stampo buonista, che imponga l’insegnamento dei dettami base dei diritti umani –non trattabili, mai e per nessun motivo, men che meno pseudo-religioso- così come noti nella declinazione occidentale, e soprattutto è urgente la necessità di uscire dalla perniciosa ambiguità con cui per troppo tempo si è baloccata una sinistra cafona e incapace, chiarendo una volta per tutte che per la legge italiana sia la Dichiarazione islamica che dei cosiddetti Diritti dell’Uomo, sia in somma misura la Sharia non trovano, né troveranno mai dignità di legge, costume ed usanza nel territorio nazionale.

Non si tratta di mera persecuzione, come autorevoli esponenti della sinistra hanno prontamente ululato alla Luna ogni qualvolta che tale idea sia stata –assai sommessamente- propugnata. Si tratta semplice buon senso elevato a di difesa di tutto ciò in cui si crede, o quantomeno di ciò in cui questa martoriata nazione si basa e dice di credere. Ricordiamo sempre che mai lo Stato italiano ha inteso, non diciamo scendere a patti con i terroristi rossi degli anni di piombo, ma nemmeno mai prestare loro orecchio e discussione. Questo perché gli allora governi a guida pentapartitica elaborarono assai chiaramente il pericolo insito nell’elevare a proprio rango e dignità un movimento eversivo contrario nel più profondo dell’animo ai valori su cui si reggeva la Repubblica. Orbene, oggi non è diverso. Semmai è peggio. Perché il pericolo è assai più letale, la società meno unita e sostanzialmente priva di una guida degna di questo nome, e non ci riferiamo ad una guida morale, che sarebbe invero a troppo aspirare visto il degrado attuale, ma quantomeno al suddetto buon senso che messo sul piatto della ideale bilancia i fatti, li sappia correttamente valutare. E se la politica è davvero sensibile al volere dell’opinione pubblica, perlomeno per mero calcolo elettorale, è giunto forse il tempo di fare propria l’idea del rigetto assoluto, senza spazio a dialoghi perniciosi ed infruttiferi e atteggiamenti degni solo di fin troppi lumini e gessetti colorati di regole di vita a noi aliene, e gettare le basi per nuovi paradigmi di convivenza. Senza esaltazioni, pugni elevati al cielo o similia, ma con la pura e semplice volontà di chi, in quanto cittadino italiano, credente o meno, comunista, vegetariano, animalista e chi più ne ha più ne metta, intende prendere in mano il proprio destino, e il semplice ed inalienabile diritto ad una vita senza paura. Come recita la Dichiarazione dei  Diritti dell’Uomo, quella vera!

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