Situazione balcanica: dopo di me, il diluvio

di Gianni Stoppani

Un fantasma si aggira nei Balcani. Ma non ha le fattezze barbute del vecchio Karl Marx venuto a vedere che fine hanno fatto le sue teorie sociologiche, bensì quelle dell’attuale inquilino del Cremlino. Complice infatti l’incapacità congenita della amministrazione Obama e dell’ignavia dell’Unione Europea nuovi equilibri si stanno prospettando nell’area un tempo nota come ex Jugoslavia, ovviamente senza che la cosa assurga al rango di elemento di interesse per la diplomazia UE, e ancor più per l’opinione pubblica italiana distratta da questioni come il destino del PD, la giunta Raggi ed altre esiziali faccende.

Ma andiamo con ordine, e riavvolgiamo il nastro della storia recente sino agli anni immediatamente successivi la Prima Guerra del Golfo. All’epoca la dottrina e legittimità dell’“Intervento Umanitario”, teorizzata dalle varie ONG come Medici senza Frontiere e Amnesty International era invocata a gran voce da costoro come unico rimedio per porre fine ai massacri di civili che ormai da anni stavano insanguinando l’area che un tempo componevano la Jugoslavia di Tito, paese in via di frantumazione violenta, con lotte tra i singoli stati sullo sfondo di massacri interetnici e interreligiosi.

A guisa di novello Sauron gli USA di Clinton puntarono quindi l’occhio della propria attenzione sui Balcani e sul processo centrifugo che portò varie realtà regionali a separarsi dalla Serbia, da sempre dominus della confederazione e su cui si spiegò appieno il potere militare NATO. Fu in Kosovo che per la prima volta nella storia il solo potere aereo – ossia bombardamenti più o meno di precisione uniti al dominio incontrastato dell’aria, sia pure con qualche momento critico come l’abbattimento di un aereo invisibile i cui resti sono tutt’ora esposti a Belgrado- costrinse alla resa un avversario, consentendo così l’ingresso delle forze di terra senza che fosse sparato un solo colpo. Era il 1999, e gli aerei italiani andarono a bombardare la centrale elettrica di Novi Sad con il permesso dell’allora Presidente del Consiglio D’Alema, che ben si guardò dall’informare paese e Parlamento che di fatto avevamo dichiarato guerra alla Serbia.  Fu anche la prima volta che la NATO, in quanto tale, impiegava le proprie unità al di fuori dell’area di appartenenza. Nel tentativo di porre termine al conflitto, e contemporaneamente ritagliare per l’Alleanza un nuovo ruolo che ne giustificasse l’esistenza la NATO conseguì allora un indubbio successo. Il combattimento in Bosnia, Erzegovina e Kosovo cessarono, così come quelli nella Macedonia afflitta dall’azione armata dei terroristi albanesi. La possibilità di integrazione euro-atlantica fece inoltre balenare a tutti i contendenti la possibilità, nel lungo termine, di avere un ombrello protettivo e la stabilità persa con la dissoluzione della Jugoslavia.

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Mappa della Bosnia e Repubblica Srpska

Tutti i paesi divennero quindi membri del “Partnership for Peace” (PfP) della NATO, anticamera per l’ingresso nell’Alleanza, e dopo Bosnia-Herzegovina ne entrarono a far parte Montenegro e Serbia nel dicembre 2006. Unico escluso il Kosovo, allora paese che non era ancora indipendente. Croazia e Albania entrarono nella NATO nel 2009, e a dicembre 2015 l’invito a farne parte venne esteso anche al Montenegro, mentre a sua volta la Macedonia era entrata nel Membership Action Plan (MAP) sin dal 1999.

La Croazia è poi anche entrata nella UE nel 2013, Albania, Macedonia, Montenegro e Serbia sono candidati ad entrarvi, mentre la Bosnia ha fatto richiesta di aderirvi nel febbraio 2016.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Complice la crescente sfiducia nella UE di vari stati membri scontenti della politica portata avanti, la lunghissima crisi economica, la Brexit e l’immigrazione alluvionale che sta depauperando risorse e peggiorando sensibilmente il tenore di vita dei cittadini europei Il livello di attenzione per l’area dei Balcani è andato grandemente scemando negli ultimi anni, a cui si è aggiunta anche la fondamentale incapacità dell’amministrazione USA a guida Obama di gestire le vicende internazionali, creando veri e propri vuoti di potere in aree tradizionalmente considerate di loro interesse e competenza, o quantomeno su cui vi avevano investito considerevoli risorse. Come risultato di tale lassismo ed incapacità si è pertanto assistito ad un deciso aumento dell’irredentismo politico dell’area da un lato, e da un consolidarsi del potere delle elités autoritarie presenti nella regione dall’altra.

Ma la conseguenza di maggiore portata dal vuoto pneumatico creato dall’amministrazione USA, e che ha gravemente danneggiato l’influenza occidentale nell’area, è stata per contro la grande opportunità apertasi per la Russia di Putin. A guisa del fantasma cui si accennava in apertura il Presidente russo non si è infatti lasciato scappare l’opportunità di infilarsi nel varco lasciato da Obama, e dare nuovo slancio all’influenza russa nei paesi slavi a confine con l’Europa. Non che i tentativi precedenti siano mancati, sia ben chiaro: all’epoca dell’occupazione di Pristina da parte della NATO Boris Yeltsin inviò in fretta e furia 200 paracadutisti russi ad occupare l’aeroporto della capitale kosovara, cosa che fece infuriare il comandante americano delle operazioni generale Wesley Clark che diede perentorio ordine a 500 paracadutisti britannici di attaccare i russi. L’allora ufficiale inglese che comandava il reparto altri non era che il futuro cantante James Blunt che semplicemente si rifiutò di eseguire l’ordine, spalleggiato poi anche dal comandante britannico. La cosa perciò finì lì, con i russi costretti comunque dopo qualche giorno a ritirarsi in quanto privi di rifornimenti. Ma se Blunt si fece poi una carriera come cantante e Clark se ne andò in pensione coltivando ambizioni politiche la cosa non venne invece mai dimenticata da Mosca.

E nemmeno dall’attuale inquilino del Cremlino, che a differenza del fallimentare avvocato di Chicago vanta una solida preparazione in materia geostrategica. E senza spendere molto denaro, né “capitale politico”, Mosca ha soffiato per anni sul fuoco dei sentimenti anti-occidentali della regione, in particolare dei serbi. Nel 2008 sono stati fatti investimenti nel settore energetico in Serbia con l’acquisto per 400 milioni di euro della maggioranza delle azioni della Naftna Industrija Srbije da parte della Gazprom, oltre che nella Republika Srpska (l’enclave a maggioranza serba in Bosnia&Herzxegovina), e le posizioni serbe sono regolarmente sostenute dalla Russia all’ONU, compreso il blocco della risoluzione che condannava il massacro di Srebrenica nel 20 anniversario. La voce di Mosca è veicolata dal sito in lingua inglese “Sputnik”, assai seguito, e dalle trasmissioni di “Russia Today”.

A questo si aggiunge la cessione a dicembre 2016 di armi a prezzi di favore, tra cui 6 Mig 29, 30 carri T-72 e 30 veicoli trasporto truppe BRDM. Numeri sufficienti ad equipaggiare a malapena un battaglione, ma che nondimeno segnano un deciso cambio di passo dei rapporti tra i due paesi – e dell’influenza che “Zio Vladimir”, come lo chiamano i serbi, intende esercitare sulla regione. L’approccio russo è chiaramente finalizzato a limitare l’influenza della NATO sulla Serbia, così come sul Montenegro, che si sta avviando a divenire il 29° membro dell’Alleanza, un percorso iniziato sin dal 2006 dopo la separazione dalla Serbia, con il presidente Milo Djukanovic fermamente intenzionato a legarsi all’occidente, e questo sebbene la cosa non sia vista di buon occhi da gran parte della popolazione, che mantiene vivi sentimenti pan-slavi, e filo-russi in particolare. Mosca sostiene quindi attivamente l’opposizione montenegrina, tanto da venire indicata come ispiratrice di un presunto colpo di stato in occasione delle elezioni dello scorso ottobre. Completamente opposta invece la situazione in Macedonia, ove il Primo Ministro Nikola Gruevski è attivamente sostenuto dai russi e nella quale, unico caso, la UE e gli USA hanno favorito un accordo tra le parti politiche del paese che hanno portato ad elezioni straordinarie a dicembre 2016.

Ai russi peraltro pare sorridere anche la piega presa dagli eventi politici nella Republika Srpska, ove il Presidente Milorad Dodik è tornato al potere dieci anni fa, cedendo l’anno dopo la maggioranza del settore energetico del paese, che aspira oggi alla piena autonomia, alla compagnia statale russa Zarubezhneft. Gli USA hanno comunque imposto sanzioni al paese a partire dal 17 gennaio 2017, uno degli ultimi, folli atti della amministrazione Obama, con la motivazione parsa a molti assolutamente pretestuosa che Dodik “si oppone alla piena attuazione degli accordi di Dayton”.

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Ramush Haradinaj

Per quanto riguarda invece il Kosovo le ultime vicende politico-giudiziarie, rigorosamente ignorate dai media europei e americani, hanno portato nuovo scompiglio in un paese in cui l’Italia mantiene ancora una base enorme, un aeroporto militare e 600 uomini che si alternano a austriaci, croati, svizzeri e sloveni nella guardia ai monasteri ortodossi, per un totale di 4.600 unità. A novembre i serbi hanno arrestato il kosovaro Hiljmi Kelmendi, accusato di crimini di guerra dopo che era entrato nel paese dalla germania, in cui aveva soggiornato per 12 anni, e l’11 gennaio 2017 Ramush Haradinaj, ex Primo Ministro kosovaro, ex comandante del famigerato UCK, accusato a più riprese di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra in Kosovo, da cui venne assolto con formula piena dopo la morte misteriosa di diversi testimoni e del rifiuto di altri a testimoniare, è invece stato nuovamente arrestato a Parigi su mandato di arresto spiccato dalla magistratura serba. A tale offensiva giudiziaria da parte della Serbia, che malgrado la ventilata possibilità di ingresso nella UE e nella NATO non ha mai lasciato cadere le accuse contro i membri dell’UCK si è aggiunto il “treno speciale” che per la prima volta dal termine del conflitto doveva collegare Belgrado con Mitrovica, l’enclave serba nel nord del Kosovo, e che è stato però  decorato per tutta la sua lunghezza con i colori serbi –gli stessi della bandiera russa, ossia rosso/bianco/blu- e con la scritta il 21 lingue “Kosovo è Serbia”, a ribadire che il piccolo stato slavo non ha certo rinunciato alle sue pretese territoriali. Il convoglio è comunque stato fermato prima di entrare il Kosovo in quanto si temeva un assalto armato di “forze speciali” kosovare durante il tragitto.

Tutti fattori che hanno improvvisamente fatto salire la tensione nell’area con aperte minacce incrociate di interventi armati, tanto che il 24 gennaio la UE ha cercato di organizzare un meeting di emergenza tra Belgrado e Pristina, peraltro con scarsi risultati.

Come si vede quindi una situazione potenzialmente esplosiva, causata da un lato dalla rinnovata influenza russa, destinata certamente a non cessare presto, e dall’altra dal vero e proprio vuoto lasciato dalla inesistente politica estera UE, oggi più che mai affidata a personaggi di scarsa levatura intellettuale e politica quale la Mogherini ha purtroppo dimostrato di essere, sia dal declino della potenza americana, così efficacemente profetizzata dal sociologo ed economista Immanuel Wallerstein già un decennio cui l’inadeguatezza dell’amministrazione Obama sembra avere dato pericolosa concretezza, preferendo come ha fatto fa e a vuoti slogan all’efficacia di un azione politica che potesse innanzitutto prevenire il riaffiorare di mai sopite tensioni ed odi interetnici. L’eredità dello “Yes, We Can”, con tutto il suo carico di false promesse per un mondo globalizzato e migliore pare quindi essersi trasformata per i Balcani in un assai più realistico “Yes We Hate” – Sì, Noi Odiamo- e probabilmente spetterà ancora una volta a quanti rimangono sul proscenio dopo che lo spettacolo è finito, e le miserabili comparse dello spettacolino inscenato per otto anni sono ormai sfumate sullo sfondo, far fronte al diluvio che ancora una volta si prospetta.

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Una tenda che ospita il presidio dei serbi che non si riconoscono cittadini del Kosovo albanese, e che non vogliono però abbandonare la città nella quale sono nati e cresciuti

 

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Tombe di cittadini serbi distrutte dai kosovari di etnia musulmana in Kosovo

 

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Il ponte di Mitrovica, di fatto linea di confine tra la parte sud della città, ove vivono circa 80.000 kosovari di etnia albanese, e la parte nord, ove vivono i serbi. Il ponte è inagibile da anni, chiuso da un muro di terra presidiato dai serbi
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