Se i magistrati fanno politica

di Damiano Luchi

In questo periodo si sta assistendo sempre più ad una giurisprudenza creativa, che pare sconfinare anche nel territorio di competenza della politica. Si sono susseguiti più casi, che sono sotto gli occhi di tutti. Al di là delle idee politiche e di condivisione o meno delle decisioni dei magistrati, alcune sono palesemente di colori politici ben definiti: c’è per esempio il tribunale di Trento, che si impone e riconosce l’esistenza di due genitori dello stesso sesso, infatti la Corte d’Appello di Trento ha sancito che un padre biologico e il suo compagno sono i due genitori che compariranno sul certificato di nascita del primo bambino in Italia che avrà due papà.

Si notano giudici che addirittura hanno l’ardire di voler cambiare la lingua italiana. Come riportano numerosi giornali, un partito è stato condannato per discriminazione e dovrà pagare 10mila euro di risarcimento – oltre ad altri 4mila euro di spese processuali – per i manifesti affissi a Saronno. A deciderlo è stata la prima sezione civile del tribunale ordinario di Milano, per i giudici “con l’epiteto di ‘clandestino‘ si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale, ed è idoneo a creare un clima intimidatorio, (implicitamente avallando l’idea che i ‘clandestini’, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi)”. Al comune cittadino può sembrare che i giudici vogliano anche assoggettare la lingua italiana al loro potere.

Ad impossibilia nemo tenetur –  Nessuno è tenuto a fare cose impossibili.

Rendere l’amministrazione della giustizia davvero giusta e perfetta non è possibile in quanto amministrata dagli uomini, imperfetti per definizione. Tuttavia il miglioramento della stessa è auspicabile. La responsabilizzazione di tutti gli operatori giuridici è argomento che divide, ma che, specie quando si considerano gli errori giudiziari, dovrebbe trovare il plauso unanime. Ci sono da millenni inoltre atteggiamenti differenti di fronte alle leggi, che sono una cosa, e le decisioni dei giudici, che sono un’altra. Nella storia si è assistito ad un evolversi della giustizia, che è quindi materia sempre viva e in mutamento. Si è passati dal Re giudice alla nostra attuale suddivisione dei poteri in: legislativo, esecutivo e giudiziario. A volte, tuttavia, tale suddivisione teorica sembra non essere stata tradotta in prassi, avendo la realtà storica mostrato situazioni di possibile sconfinamento di un potere nell’altro, circostanza che rappresenta uno fra i temi della presente raccolta.

Anno 399 a.C., una cella del carcere di Atene. In attesa di condanna a morte, il giusto Socrate si inchina alle leggi. Egli dialoga con Critone, vecchio amico d’infanzia. Il dialogo si sviluppa in alcune parti:

  • Nella prima, Critone espone alcuni argomenti per indurre Socrate a fuggire.
  • Nella seconda, Socrate illustra le ragioni del suo rifiuto.
  • La terza è dedicata alla personificazione delle Leggi, che costituisce il mito del Critone.

Socrate si sveglia che è ancora buio, e si accorge che il fedele Critone, grazie alla complicità del custode, gli siede accanto silenzioso. La sentenza capitale è ormai stata emessa e l’indomani Socrate avrebbe bevuto la cicuta. Secondo Critone, il tragico epilogo doveva essere evitato, perché non è lecito, dal punto di vista morale, subire passivamente un’ingiusta condanna: non era stato forse lo stesso Socrate ad aver orgogliosamente opposto, in tribunale, la propria assoluta innocenza alla faziosità e alla miopia dei giudici che lo condannarono? E allora perché non dar seguito con la fuga alla convinzione della propria innocenza? Tutto è pronto affinché l’evasione avvenga tranquillamente e il filosofo non avrà certo difficoltà a trovare lontano da Atene un rifugio dove essere ben accolto e onorato. Vi sono pure motivi di ordine affettivo: Socrate è un amico e un maestro insostituibile, del quale non vanno privati quanti lo conoscono e gli vogliono bene. Costoro avrebbero sofferto nella loro reputazione, se egli avesse persistito nel volersi sacrificare: si sarebbe potuto infatti pensare che essi non avessero fatto tutto l’umanamente possibile per salvare l’amico. Rimane comunque vero che sarebbe ingiusto per Socrate gettare la sua vita, così preziosa agli occhi degli ateniesi migliori: ciò significherebbe fare un piacere proprio a quelli che lo hanno accusato. Nella parte del dialogo dedicata alla celebre prosopopea, o personificazione delle Leggi, Socrate espone con solennità quei principi che ispirarono la sua esistenza e ai quali vuol rimanere fedele, rifiutando di sottrarsi alla condanna. Una condanna di fatto iniqua, ma che per Socrate era e rimaneva legale, in quanto emessa in conformità alle Leggi stabilite. Il Magistrato, non la Legge, ha fatto torto a Socrate, secondo cui il dovere di ogni buon cittadino è sottomettersi alla sentenza, anche quando essa sia materialmente erronea. Fuggire dal carcere, invece, implicherebbe prendere un’iniziativa manifestante un misconoscimento del valore della Legge.

L’esempio socratico rivela come il tema della responsabilità dei Magistrati si perda nel tempo. Il cittadino obbedisce alle Leggi perché esse sono la forma – cioè il principio strutturante – e la conditio sine qua non dell’equilibrio sociale. Il cittadino può rescindere il contratto, allontanandosi dalla città, ma se vi resta, egli deve obbedienza alle Leggi. Per queste considerazioni, Socrate vede nella fuga dal carcere un attentato alla maestà delle Leggi: disobbedire alle Leggi per comodità significa distruggerle, perché esse vivono nella misura in cui sono rispettate e una Legge, nell’atto di essere violata, è resa nulla, distrutta. Chi calpesta la Legge, distrugge anche la città, la quale non sussiste senza di essa. «Ma a chi mai – si chiede Socrate – può piacere una città senza Leggi?». Un errore giudiziario è la sanzione (detentiva o pecuniaria) per una persona che non ha commesso il reato di cui è accusato. Il termine può anche riferirsi a errori in altri contesti come, per esempio, nei processi in ambito civile. Molti sistemi giudiziari hanno una diversa procedura di archiviazione di un caso. La circostanza estrema per la quale una sentenza, in seguito a un errore giudiziario, non può più essere modificata, è il decesso dell’imputato. Inoltre, l’ordinamento italiano prevede la possibilità di rimediare a un errore giudiziario anche dopo la morte del condannato: il procedimento di revisione di sentenza di condanna anche da parte di un erede o da un prossimo congiunto del condannato che sia deceduto art. 632 c.p.p.). Il sistema italiano di Common Law deriva dalla legge e viene orientato dalle decisioni delle Corti Superiori, ma a volte conduce a interpretazioni singolari – quando non a veri e propri errori giudiziari – dell’utilizzo della giustizia, interpretazioni che per il senso comune rappresentano profonde ingiustizie e distorsioni.

Summum ius, summa iniuria, (Somma giustizia, somma ingiustizia), affermava Cicerone nel De officiis (I, 10, 33). Accade che per reati molto gravi e ripugnanti i condannati riescano a non subire pene esemplari, mentre per reati più leggeri viene talvolta comminata una sanzione sproporzionata per eccesso. Si pensi, per esempio, ai noti seppur plurimi reati bagatellari di Fabrizio Corona confrontati magari con il pluriomicida ghanese Adam Kabobo, che non sconterà una pena esemplare poiché giudici milanesi della terza Corte d’Appello lo hanno riconosciuto incapace di intendere e parzialmente capace di volere. Si noti che la stampa (Corriere della sera: Milano, 22.1.2016) evidenzia che la Camera di Consiglio della terza sezione della Corte d’appello di Milano sia durata circa un quarto d’ora. Nell’ultimo decennio, tra l’altro, si è assistito a un utilizzo sempre maggiore in Italia degli aspetti penali piuttosto che civili nelle contese, strumento che può sembrare utile considerata la maggior lentezza dei processi civili. Questo però a fini intimidatori e non in secondo piano sanzionatori può rappresentare una distorsione e un’ingiustizia. Il più clamoroso e conosciuto degli errori giudiziari nella storia fu la condanna politica a morte dell’innocente Gesù di Nazareth: la dottrina cristiana, infatti, appariva destabilizzante ai massimi detentori del potere del tempo. Questo dovrebbe peraltro anche originare una serie di riflessioni sulla bontà della democrazia intesa quale volontà espressa della maggioranza, poiché non sempre si sottolinea come e quanto il Magistrato romano Ponzio Pilato, che voleva avere su di sé la minor responsabilità possibile, abbia tentato di deresponsabilizzarsi. Egli fece infatti ricadere la decisione sull’acclamazione del popolo israelita con un gesto che, seppur previsto dalle leggi, denotò grande codardia. Non si può certo dire che nei secoli il concetto di Giustizia possa pacificamente e automaticamente accostarsi all’Amministrazione concreta della Giustizia.

Vulgus veritatis pessimus interpres – Il popolo è il peggiore interprete della verità.

È interessante notare come l’opinione pubblica abbia mediamente percezione dell’ingiustizia e si interessi della responsabilità dei Magistrati, solo in concomitanza di eventi personali o particolari ed eclatanti, e se ne curi molto meno in altri momenti. Un referendum del 1987 e una sentenza della Corte di giustizia europea hanno affermato la responsabilità civile dei magistrati e il principio della responsabilità civile è disciplinato dalla legge n. 117/1988, la quale prevede che, al pari di altre professioni, i magistrati possano rispondere risarcendo un danno, qualora compiuto come atto doloso o per colpa grave, parificando la loro responsabilità a quella di tutti i dipendenti pubblici dello Stato. In caso di colpa semplice o errore è lo Stato a risarcire le vittime. L’errore è previsto e gestito, ma non crea clamore solo in epoca recente: già Terenzio (Heautontimorumenos, IV, 5) asseriva che ius summum saepe summa est malitia, (Somma giustizia equivale spesso a somma malizia). La citazione indica che un’applicazione acritica della legge, che non tenga conto di dover applicare le norme nel singolo caso e delle finalità a cui queste dovrebbero tendere, ne uccide lo spirito e può facilmente portare a commettere ingiustizie o persino costituire strumento per perpetrare l’ingiustizia.

Vi sono stati diversi casi celebri attuali – alcuni dei quali anche mediatici – di errori giudiziari accertati e riconosciuti, passati in giudicato o prosciolti, con imputati divenuti famosi perché accusati di gravi reati, ma in realtà innocenti: Enzo Tortora, Daniele Barillà, Gino Girolimoni, Gigi Sabani, Lelio Luttazzi, Pietrino Vanacore, Amanda Knox, Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi, Rino Formica, Giuseppe Pinelli, Pietro Valpreda, Giuseppe Gulotta, Raniero Busco, Emilio Vesce, Silvio Viale, Giambattista Lazagna, Francesco Liparota, Elvo Zornitta, il caso dei falsi abusi di Rignano Flaminio, Aldo Scardella,Calogero Antonio Mannino. A questi si aggiungono tutti quegli errori di minore gravità che non destano scalpore, per inferiorità della pena o crudeltà dei reati.

Oggi si assiste a un uso a volte strumentale dell’esercizio dell’azione penale da parte dello Stato, talvolta con riscontro finanziario per quest’ultimo: con il Decreto Renzi, la depenalizzazione di articoli del codice penale si traduce in maggiori entrate per lo Stato in virtù delle sanzioni amministrative previste: «Non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda», stabilisce il comma 1 dell’art. 1 del D.L. 15 gennaio 2016, n. 8, titolato Disposizioni in materia di depenalizzazione, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 17, 22 gennaio 2016. Pertanto anche tra dispute su privati, più che porre l’accento sugli aspetti risarcitori, lo Stato cerca di incamerare maggiori risorse. È doveroso almeno menzionare per sommi capi quegli aspetti penali riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione e quelli dell’imprenditoria.

Ci sono un’infinità di normative, a volte ridondanti, che su temi realmente importanti come la sicurezza sul lavoro, la tutela del lavoro dipendente eccetera, sembrano speculare con l’intento di punire, soprattutto a livello economico e a beneficio dello Stato, gli operatori economici. Questo è uno dei motivi dell’impoverimento quasi irreversibile del tessuto economico italiano. Molti pensano che le aziende delocalizzino soprattutto per avere inferiore costo della manodopera, ma, dati alla mano, quello che porta alla fuga delle imprese e dei giovani sono l’incertezza e l’instabilità lavorativa, le invenzioni per fare cassa come gli studi di settore, il prolificare di balzelli, tasse e obblighi di adempimenti spesso percepiti come assurdi – e che possono avere anche rilevanza penale – e la grande discrezionalità dei giudici nell’applicazione di queste sanzioni.

Per quanto esposto, i temi della responsabilità degli operatori giuridici (Magistrati, avvocati, consulenti tecnici) sono in continua evoluzione, ma da sempre influenzano e sempre influenzeranno la vita della collettività. Se alcuni aspetti critici dell’Autorità non venissero mai messi in discussione, la civiltà diventerebbe stagnante e decadente: occorre conoscere al meglio tutte le regole e lavorare per cambiare quelle che ad un esame approfondito risultano ingiuste, poiché troppo arcaiche o magari non flessibili, per non parlare di quelle emanate da fonti corrotte o in conflitto di interesse.

La manifesta spettacolarizzazione della Giustizia che viene influenzata e/o influenza i media è altra cosa evidente, e non sempre positiva. Infatti ultimamente si è parlato molto più di eutanasia nei telegiornali che nelle opportune sedi, cosi come ha preso nell’etere molto più rilievo lo scherzo (magari un po’ di cattivo gusto) dei dipendenti di un supermercato ai danni di una nomade, che dei veri problemi che affliggono il Paese (lavoro, crisi, immigrazione incontrollata) e la ricerca di rapide soluzioni e migliorie. Gli italiani non possono più aspettare.

Si auspica in una discussione e intervento vero della politica su questi temi in tempi rapidi, affinché la percezione di un sentimento cosi nobile come la Giustizia non, venga intaccato ulteriormente

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