La Croce ed il Grifone

di Luigi Tramonti

Squillavano le trombe e garrivano i vessilli mentre il sole splendeva sulle guglie dorate della città di Trento, benedetta dalla visita dell’Imperatore del Sacro Romano Impero.

“Partirò con lui, devo tutto all’Impero così come tutti noi” disse Manfred con voce sicura.

Lara lo guardò.

“Avremmo dovuto sposarci a primavera…”

“Non disperare, tornerò presto e allora ci sposeremo.”

La baciò dolcemente mentre i tamburi di fattura boema tramutavano la città in una caserma.

Sorgeva il sole sul campo di battaglia, Cortenuova era illuminata dalla flebile luce che filtrava attraverso la nebbia padana e l’armata della Lega Lombarda si vedeva appena all’orizzonte, i loro stendardi garrivano al vento e i loro capitani gridavano ordini di disposizione in attesa della prossima mossa dell’Imperatore.

La bandiera con l’aquila degli Hohenstaufen svettava su tutti, Frederick II era in mezzo agli uomini, “Stupor Mundi” lo chiamavano, la Meraviglia del Mondo, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re d’Italia, l’armatura d’acciaio dorato e il martello da guerra gli conferivano un’aria maestosa. Qualcuno tra i suoi Cavalieri era stato sentito dire: “Con un simile titano a guidarci possiamo muovere guerra al Cielo!” Curioso, dal momento che stavano sfidando il Pontefice, Gregorio IX di Anagni, e la sua masnada di tagliagole padani.

Era una fredda giornata di fine novembre dell’anno del Signore 1237, Manfred era partito in agosto da Trento per ordine del Principe Vescovo seguendo l’Imperatore a Verona e poi qui, a Cortenuova, sfidando l’armata padana guidata dal figlio del Doge di Venezia.

Erano presenti soldati provenienti da ogni angolo d’Italia, siciliani, toscani, padani lealisti, emiliani, piemontesi persino, oltre ovviamente a un corpo di 2000 cavalieri tedeschi guidati personalmente dall’Imperatore. L’esercito della lega invece constava di 6.000 fanti e 2.000 cavalieri.

Dopo un numero inconcepibile di movimenti che Manfred non aveva inteso la fanteria trentina si ritrovò in prima linea a combattere contro un reggimento di leghisti milanesi e piacentini. Tenne stretta la spada di suo padre per darsi coraggio, ed evidentemente gli servì visto che non fu tra i primi spazzati via dall’impeto difensivo dei padani.

Si mantenne saldo ed assestò un colpo al collo di un piacentino che cadde subito avanti a lui zampillando sangue dalla ferita. Il suo posto venne riempito da un milanese gigantesco, con un’espressione di rabbia stampata sul volto, era armato di alabarda e probabilmente lo avrebbe ucciso se una freccia scagliata dai siciliani nelle retrovie non lo avesse abbattuto. Immediatamente, galvanizzato dalla vista delle sue due vittime, si gettò in avanti occupando lo spazio che era stato del colosso vorticando la lama a destra e manca, riempiendosi ben presto di sangue e ferendo numerosi avversari, pur senza abbatterne nessuno.

Quando vide la linea nemica arretrare di qualche passo si sentì il maggior fautore dello slancio degli imperiali, si sentì un leone, “Avanti! Per Trento!” gridò ai suoi camerati dirigendosi verso un piacentino gracile che in prima linea stringeva una spada troppo pesante per lui. Gli mozzò la testa senza pensarci due volte e avanzò falciando padani e spingendosi sempre più avanti. Lo schieramento nemico sembrava giunto al punto di rottura ma a un certo punto dalle retrovie giunsero delle grida eloquentissime: “Indietro! Raggrupparsi e riorganizzarsi!”.

Si voltò indietro per un attimo mentre un camerata gli guardava le spalle e vide l’armata imperiale arretrare, nel suo settore si erano spinti troppo avanti penetrando nella fragile linea di piacentini e milanesi e avevano lasciato i fianchi di questa formazione a cuneo pericolosamente scoperti. Gli stessi avversari che un secondo prima erano sull’orlo della rotta gli apparvero molto più motivati tanto che di lì a poco ripresero a spingere.

Era quello il momento di fare la differenza, era per questo che aveva lasciato il Trentino e Lara, per raggiungere la Gloria al fianco dell’Imperatore o morire a Cortenuova. Si spinse di nuovo in avanti, spiccando la testa dal collo al primo leghista che gli si parò davanti. Tutto il suo contingente riprese a spingere e in breve la linea nemica si sfaldò e i padani rimasero facile preda degli imperiali.

Per ovviare alla mancanza di un contingente da inserire al posto di quello distrutto, le maglie dell’armata padana dovettero allargarsi a dismisura.

Ezzelino da Romano nelle retrovie incitava i soldati a non perdere l’occasione e caricare ma i padani si stavano dimostrando estremamente coriacei, le frecce sicule li sfoltivano ma le loro linee restavano compatte nonostante tutto.

A Manfred parve addirittura che gli alessandrini subentrati al precedente contingente stessero prevalendo su di loro ma proprio quando le speranze di infrangere quella muraglia di acciaio e muscoli si approssimavano allo zero, l’Imperatore suonò la carica e un uragano di ferro si abbattè sui leghisti, spazzandone via le già in parte martoriate fila.

L’armata padana ripiegò disordinatamente sul Carroccio per difenderlo dalla cattura e gli imperiali piombarono loro addosso come falchi, milanesi e alessandrini vennero annientati, il comandante Pietro Tiepolo, figlio del Doge, venne catturato così come il tanto sospirato Carroccio, simbolo della rivolta contro il potere imperiale.

Quella sera nella grande tenda-mensa del reggimento trentino si bevve in onore dei caduti, di Manfred, il “flagello dei guelfi”, e di Frederick II, il Grifone e la Croce, simboli tanto di Perfezione e Potenza quanto di Spiritualità e Grazia Divina. La guerra era vinta, l’Imperatore avrebbe spedito il Carroccio al Papa e li avrebbe congedati, finalmente Manfred avrebbe potuto rivedere la sua terra.

L’Impero aveva sconfitto la Lega, l’Europa dei Popoli aveva sconfitto la Secessione. Un Imperatore come Frederick II raggiungeva l’apice della sua Gloria per poi cominciare a declinare. Dopo gli Hohenstaufen, e quindi dopo lo Svevo, nessuno sarebbe più stato in grado di prendere in mano saldamente le redini di un’Europa unita e sovrana. Ma allora, nel 1237, il Sogno imperiale spiegava le ali del Falco di Svevia nel sole del Sud.

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