Parliamo di cibo… e territorialità

di Francesco Barni

Affrontando certe tematiche odierne, ci scontriamo, sempre più spesso con dilemmi politici, etici, religiosi, sociali. Ecco perché, analizzando il macroambito dell’appartenenza territoriale in tutte le sue forme, ci proponiamo di essere slegati da qualsivoglia pregiudizio e completamente obbiettivi, al fine di trasmettere l’informazione in questione, nella maniera più veritiera e corretta possibile.

Nell’ambito dell’appartenenza al nostro territorio, una macrosezione inflazionata, ma spiegata ben poco chiaramente, è senza dubbio quella del prodotto alimentare, e più nel particolare dell’agricoltura.

Conosciamo bene la nostra terra? Siamo al corrente delle eccellenze e dei punti di debolezza che essa esprime? Un po’ di chiarezza…

Il territorio Trentino è occupato per il 50% da boschi e per il 25% da pascoli per l’allevamento animale; escludendo poi l’edilizia, rimane solo un piccolo 6% di terreno agricolo, il quale risulta insufficiente per il fabbisogno alimentare della popolazione ( ½ milione di abitanti).

Il punto di riferimento provinciale in questo settore consta nell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, promosso e coordinato dalla “Dieta di Innsbruck” nel 1874 e diretto magistralmente dall’austriaco dottor Edmund Mach, oggi per l’appunto Fondazione Mach: scuola, centro ricerche, nuove tecnologie, azienda agricola e library.

Partendo da questi primi piccoli dati, ci accorgiamo subito che per riuscire nel nostro intento, e cioè la piena rivalorizzazione del nostro territorio, accompagnata dal dogma imprescindibile dell’autonomia, abbiamo bisogno di un punto d’incontro tra la produzione industriale( quantità) e la produzione artigianale(qualità).

Sembra che questo importantissimo binomio sia quasi impossibile da raggiungere, ma noi siamo pienamente convinti che cinque siano gli strumenti necessari al raggiungimento di un vero equilibrio:

1) L’agricoltura Intensiva, che si caratterizza per l’uso sfrenato di sostanze chimiche di sintesi per prevenire le malattie provocate da insetti e funghi, deve diminuire gradualmente per lasciare posto a quella integrata, più attenta e precisa nell’uso delle suddette sostanze ove vi sia un reale pericolo e non a semplice scopo di prevenzione( astensione nel periodo vicino alla raccolta).

2) Incrementare l’agricoltura biologica, la quale non solo non  è ausiliata da un processo chimico sui prodotti, ma utilizza anche fertilizzanti naturali, escludendo l’uso di OGM per mantenere la biodiversità, aumentando la lotta biologica con insetti utili ed implementando la rotazione delle colture. In ultima, non è da sottovalutare l’inserimento di tecniche agricole efficaci come il sovescio, che consiste nella concimazione vegetale con un misto di colture di copertura del terreno( leguminose, crucifere, graminacee), in grado di sostituire i fertilizzanti a base di azoto, assimilare i fosfati, sopprimere le erbe infestanti, con particolare attenzione all’uso dell’acqua e dell’energia alternativa.

3) Si necessita l’acquisto del cosiddetto prodotto a Km zero, o quantomeno Km corto, cioè quello che viene coltivato il più vicino possibile a dove abitiamo, in forte contrasto con il concetto di una globalizzazione impostaci dall’alto; Importante sarà poi trovare il giusto compromesso tra il trasporto a lungo chilometraggio (aereo, nave, rotaia + interporto) e quello a corto chilometraggio (camion e camioncini su strada).

4) Per quanto possibile, sarebbe preferibile il prodotto agricolo “di stagione” (su Internet trovate esaurienti liste indicative di ogni stagione), sia per i motivi sopra esposti, sia per il miglior sapore ottenuto grazie alla massima concentrazione dei cosiddetti costituenti  nutrizionali (vitamine, minerali, antiossidanti), e sia, infine, per la reperibilità del prezzo più basso.

5) Rivalutazione della “filiera” del prodotto agricolo con caratterizzazione più corta possibile e quindi con una produzione, ed un eventuale trasformazione, l’ingrosso dei magazzini generali e la grande distribuzione attraverso i grandi supermercati ed i piccoli negozi.  In questo modo si garantisce la “tracciabilità” del nostro prodotto tramite la sua etichetta, dove dovremmo trovare la lista completa degli ingredienti, più eventuali additivi e precisazioni.

Sostanzialmente, per ottenere tutto ciò, bisogna investire in “cultura agroalimentare” nella cittadinanza, attraverso conferenze (anche nelle scuole), incontri, scuole di cucina e corsi, al fine di creare informazione attiva e critica per le generazioni attuali e future. Ancora, dobbiamo incentivare economicamente l’attività delle piccole, medie e grandi aziende,  ed ampliare le collaborazioni con le cooperative, i concorsi e gli agriturismi, che DEVONO essere forieri di prodotti locali.

Pensando al nostro Trentino, dunque, ci sentiamo di spronare sia la Provincia sia i Privati a collaborare per raggiungere quella sensibilità/responsabilità necessaria per  valorizzare quello che il settore Agricolo può darci, a beneficio non solo della nostra economia ma anche e soprattutto della nostra Salute.

 

Dalla Spada di Damocle – Maggio 2016

 

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